Il mondo delle banche, anche in Italia, non si divide più tra grandi e piccole, o meglio non è la dimensione la principale discriminante. Una parte degli istituti ha saputo adattarsi alle evoluzioni tecnologiche e di mercato, o almeno sta provando a trasformarsi per non dover temere le concorrenza delle nuove banche digitali e dei servizi fintech. Altre, invece, restano ancora molto legate al vecchio modo di lavorare e alle offerte tradizionali. E questo per loro è un grande rischio. Un nuovo report di S&P Global Ratings (titolato "Tech Disruption In Retail Banking: Italian Banks Not Adapting To The Digital World Quickly Will Be Left Behind”) prevede appunto un rischio di progressiva emarginalizzazione per le banche che non sapranno adottare strategie di trasformazione digitale, con il supporto dei necessari investimenti.

 

Secondo l’analisi di S&P Global Ratings, in realtà la maggior parte delle banche italiane si sta adattando al mondo digitale, il che significa migliorare i processi interni, proporre ai clienti soluzioni multicanale e collaborare con le fintech. La disponibilità di nuove tecnologie per i clienti italiani continua a crescere e la progressiva regolamentazione dell'open banking probabilmente favorirà la trasparenza e l'ingresso di nuovi operatori sul mercato.

 

Tuttavia in Italia l'adozione massiva dell’open banking potrebbe richiedere più tempo rispetto ad altri Paesi, visto il conservatorismo dei clienti nell’approcciare nuovi servizi finanziari e il forte attaccamento verso i fornitori di servizi finanziari tradizionali. Inoltre c’è un altro problema da considerare, cioè il fatto che alcuni prodotti bancari “core” diventeranno sostanzialmente delle commodity, dunque non rappresenteranno un valore aggiunto spendibile per attrarre e conservare clienti. Cambiare sarà un obbligo, più che una scelta.

 

S&P Global Ratings ritiene dunque che nei prossimi anni emergerà una chiara biforcazione tra le banche ancora capaci di crescere in modo significativo e quelle ancorate al passato. Le grandi banche, dotate di maggiori economie di scala, potranno sfruttare la solida capacità di investimento per strategie di innovazione digitale, miglioramento dell’efficienza e diversificazione dei prodotti. Allo stesso tempo alcune realtà più piccole, con modelli di business più agili e costi ridotti, potrebbero riuscire ad adattarsi rapidamente all’evoluzione delle preferenze dei clienti e a soddisfare esigenze specifiche, riempiendo nuove nicchie di mercato.

 

Chi rischia di più, probabilmente, sono le realtà collocate a metà strada. “Dal nostro punto di vista”, spiega l’analista Mirko Sanna, “un certo numero di altri istituti, ovvero le banche di dimensioni medio-piccole più deboli e alle prese con il loro passato, saranno più esposte al rischio di una disruption perché potrebbero non riuscire a gestire la crescente pressione competitiva inevitabilmente creata dalla digitalizzazione”.