Gli “squali” di Wall Strett hanno vinto: l’accordo tra Xerox e Fujifilm non si farà. La storica società statunitense del printing stava cercando da settimane la quadra con il gruppo giapponese per la cessione di parte del proprio business. Un affare del valore di oltre sei miliardi di dollari, annunciato già a febbraio, ma che in primavera aveva iniziato a perdere quota sotto i colpi dei grandi fondi attivisti a stelle e strisce che controllano il 15 per cento di Xerox. In particolare, i tycoon Carl Icahn e Darwin Deason aveva obiettato che la valutazione di 28 centesimi di dollaro per azione fosse troppo bassa, pretendendone almeno 40. Una pressione insistente, che alla fine è servita per dettare la linea: la fusione è saltata ufficialmente e il Ceo del colosso americano, Jeff Jacobson, si è dimesso dalla carica di amministratore delegato e dal board aziendale. Jacobson è stato sostituito da Giovanni “John” Visentin.

“Siamo estremamente soddisfatti che Xerox abbia cambiato linea: la società adesso è ben posizionata per seguire un processo strategico alternativo molto convincente”, hanno commentato Icahn e Deason. Secondo l’accordo originario la joint venture Fuji Xerox, già esistente da anni, avrebbe dovuto assorbire i tre quarti del capitale di riferimento di Fujifilm, la quale a sua volta avrebbe poi rilevato il 50,1 per cento di Xerox.

Una realtà che sarebbe stata in grado di generare un fatturato annuo di circa 18 miliardi di dollari, con un doppio quartier generale a Tokyo e nel Connecticut. L'intesa dello scorso febbraio prevedeva anche il taglio di diecimila posti di lavoro in Asia Pacifico.