Nel 2016 Alphabet si è fatta nuovamente beffa delle norme fiscali internazionali. Secondo la documentazione depositata a fine dicembre dalla holding che controlla Google presso la Camera di Commercio olandese, due anni fa il colosso californiano ha spostato alle Bermuda circa 15,9 miliardi di euro: il 7 per cento in più rispetto al 2015. Una strategia, consentita da leggi decisamente lacunose, che ha permesso ad Alphabet di risparmiare quasi tre miliardi di euro in tasse non pagate, per un’imposizione fiscale complessiva del 19,3 per cento. Le “tecniche” sfruttate dal gruppo di Mountain View sono due e sono ben note nel panorama della finanza. Si chiamano “Double Irish” e “Dutch sandwich” e permettono alle multinazionali statunitensi di registrare tutti i ricavi internazionali in società che vengono aperte in Paesi molto permissivi sul fronte fiscale.

Il quartier generale extra-Usa di Alphabet, così come quello di molte compagnie hi-tech della Silicon Valley, si trova in Irlanda: dalla Google Ireland Ltd il gigante a stelle e strisce muove ogni trimestre miliardi di dollari verso un’azienda olandese senza alcun dipendente. Da qui il denaro viene a sua volta in direzione di una società delle Bermuda controllata da un’altra compagnia irlandese. Un giro di soldi consentito dalle leggi, ma su cui soprattutto l’Unione Europea ha iniziato ultimamente a puntare i fari.

È sufficiente infatti vedere la richiesta di rimborso avanzata da Bruxelles all’Irlanda, “colpevole” di non aver fatto pagare per anni le giuste tasse ad Apple. In teoria queste scappatoie sarebbero vietate su suolo irlandese dal 2015, ma il legislatore di allora aveva stabilito un periodo di “condono” fino al 2020, per consentire alle multinazionali di adeguarsi. Un appiglio che, a quanto pare, Alphabet ha deciso di sfruttare fino all’ultimo.

È probabile però che lo scenario sia destinato a mutare. A dicembre Donald Trump è riuscito a far approvare la sua riforma fiscale, che tra taglia dal 35 al 21 l’aliquota principale sugli utili delle imprese statunitensi e prevede anche un generoso sconto sulle imposte applicabili al denaro offshore che verrà fatto rientrare in patria. Alphabet, Apple, Microsoft e le altre big potranno scudare il capitale pagando un’imposta una tantum dell'8 per cento (o del 15,5 per cento si tratta di liquidi/contanti).

Secondo recenti dati di Citizens for Tax Justice e U. S. Public Interest Research Group Education Fund, le 500 principali corporation a stelle e strisce hanno oltre duemila miliardi di dollari parcheggiati all’estero, che non vedono l’ora di far rientrare in patria per (probabili) nuovi investimenti. Ovviamente, non senza approfittare dello sconto offerto da Trump.