La discesa nella polvere di Uber prosegue. E questo 2017, vero e proprio annus horribilis per l’azienda, non è ancora finito. Dopo le accuse di sessismo e molestie ad alcuni dirigenti, le dimissioni del Ceo Travis Kalanick, la divulgazione di un massiccio hackeraggio e l’offerta di acquisizione di quote da parte di Softbank con lo sconto, arriva ora un nuovo macigno. Un masso caduto nell’aula dove si sta tenendo il processo per chiarire se Uber abbia effettivamente sfruttato la tecnologia sviluppata da Alphabet per i veicoli a guida autonoma, ottenuta grazie al presunto comportamento illecito di Anthony Levandowski, ex dipendente di Waymo (sussidiaria di Alphabet) poi passato a Uber. Il colosso di Mountain View ha chiesto un risarcimento di 1,8 miliardi di dollari.

Secondo quanto emerso dalla testimonianza di Richard Jacobs, già capo dell'intelligence dell’unicorno di San Francisco, all’interno della società operava un team specializzato nell’analisi di segreti industriali dei competitor. La notizia, se dovesse trovare conferma, sarebbe dirompente. Al momento, comunque, un effetto lo ha già avuto: il giudice William Alsup che sta seguendo il dibattimento ha infatti deciso di rinviare il processo di fronte alla giuria (jury trial), in modo da esaminare meglio la situazione con i legali delle due parti in causa.

Il gruppo segreto, chiamato Marketplace Analytics, avrebbe aiutato Uber a scovare le persone giuste in grado di dare all’azienda un vantaggio competitivo, sia in termini di rivelazione di segreti industriali sia con l’acquisizione di codice sorgente. La dichiarazione di Jacobs è contenuta in una lettera di 37 pagine scritta dai legali dell’ex manager, consegnata a Uber e mai mostrata durante le fasi preprocessuali.

Un comportamento, quello della società californiana, che potrebbe costarle caro: il giudice Alsup non ha esitato a parlare di “insabbiamento”. Jacobs ha spiegato di essere stato messo alla porta dalla società perché contrario alla pratica di spionaggio. L’analista ha ricevuto 4,5 milioni di dollari come buonuscita, di cui due milioni di contanti e 1,5 in azioni. La parte rimanente verrà saldata quando terminerà l’incarico di consulenza.

 

 

Secondo gli avvocati di Uber, la dichiarazione dell’ex dirigente andrebbe letta come l’ultimo tentativo di un ex dipendente di ottenere altri soldi. Ma, come detto, rimane il problema di fondo: durante la fase di acquisizione dei documenti che precede il processo vero e proprio, Uber non avrebbe depositato la lettera, che sarebbe emersa qualche giorno fa grazie a un’informativa del Dipartimento di Giustizia statunitense.

Le udienze dovrebbero proseguire già oggi, con la testimonianza dell’avvocato di Uber, Angela Padilla, la quale è stata accusata da Waymo del tentativo di insabbiamento del documento. Alsup, comunque, non ha ancora fissato una nuova data per l’inizio del processo di fronte ai giurati.