Essere sinonimo di virtualizzazione a Vmware non basta più. E l’azienda non si accontenta di essere una tra le creature di maggior successo della Silicon Valley, dove nel 1998 ha visto la luce, ma tiene a sottolineare di essere una tra le software house a più rapida crescita degli ultimi anni nonché la sesta al mondo per fatturato: 7,86 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2017. Un po’ come tutti i colossi dell’Ict, vuole e deve dipingersi come una realtà in trasformazione, che asseconda (o ancor meglio anticipa) le necessità delle aziende. Oggi queste necessità di chiamano, ancora, virtualizzazione e cloud, ma anche software-defined data center e container. Semplificare, gestire e rendere sicura l’intera infrastruttura fisica e immateriale, hardware e software, è oggi la missione dichiarata di Vmware, come recentemente ribadito all’evento Vmword Europe di Barcellona. Nelle parole dell’amministratore delegato, Pat Gelsinger, quella di “costruire ponti” fra on-premise e cloud, fra esigenze di flessibilità e di sicurezza, fra innovazione e persone. Il Ceo sul palco ha usato un’altra espressione rivelatrice: non ha più molto senso parlare di “data center” quanto invece di “centri di dati”, perché dati, applicazioni e infrastrutture sono distribuiti fra sale macchine interne alle aziende, cloud, dispositivi Internet of Things.

 

L’evento di Barcellona è servito ad annunciare alleanze con Ibm, un’acquisizione legata a Kubernetes e alcuni aggiornamenti di prodotto, ma più in generale a ribadire come l’intuizione di anni fa sull’affermazione del cloud ibrido fosse corretta. “Tutti i nostri investimenti vanno nella direzione di creare un’infrastruttura logica che consente di usare le applicazioni in diverse modalità, on premise e off premise, spiega Maurizio Carli, executive vice president, worldwide sales and services. Se ci pensiamo, questa è esattamente l’idea alla base delle macchine virtuali, ma estesa ad altri livelli.

 

Vmware è esplosa con la virtualizzazione dei server, ricorda Luca Zerminiani, director system engineeringma già sei anni fa  aveva la visione di un mondo che stava cambiando e andando verso il cloud. Abbiamo cercato di fare da abilitatore per questo nuovo mondo, in cui si parlava non più solo di virtualizzazione dei server ma dell’intero data center”. Nel data center definito dal software le componenti del calcolo, dello storage e del networking sono tutte virtualizzate, così come lo è l’attività di gestione e automazione del cloud. C'era bisogno di strumenti di monitoraggio e automazione ad hoc per il cloud”, aggiunge Zerminiani. “Tutte queste considerazioni ci hanno portato a sviluppare internamente del software di automazione o a fare acquisizioni di aziende utili per completare la nostra visione di data center software-defined”.

 

Luca Zerminiani, director system engineering di Vmware

 

 

Vmware, dunque, sta cercando di affermarsi come un “facilitatore” o “abilitatore” nella gestione degli ambienti multi-cloud,  in cui dati e applicazioni sono distribuiti su differenti infrastrutture (spesso, anche appartenenti a provider diversi). Il presente sembra davvero un buon momento per cavalcare l’onda, superato il periodo dell’incertezza sul destino della virtualizzazione.  “Anni fa, quando il cloud era al massimo dell’hype, sembrava che i data center dovessero sparire”, ricorda Carli. E la nostra forza si esprimeva sull’infrastruttura interna ai data center. Già da allora però parlavamo di cloud ibrido, perché pur riconoscendo al cloud una serie di benefici vedevamo criticità che avrebbero impedito di rinunciare ai data center di colpo. Quindi ci siamo attrezzati per il cloud ibrido, cercando di collegare i due mondi in modo che ciascun cliente potesse decidere come fosse più opportuno far girare le proprie applicazioni”.

 

Oltre che nella nuvola, dove i più importanti alleati si chiamano Amazon Web Services, Ibm e Alibaba, Vmware sta investendo in altri due ambiti. Uno è quello dei container, una tecnologia oggi molto dinamica e che sempre più sta portando strumenti open source (come Kubernetes) all’interno delle aziende. Dopo il lancio nel 2017 di una soluzione proprietaria per Kubernets, chiamata Pks, Vmware progetta ora di integrare il sistema di orchestrazione dei container all’interno di vSphere: per i clienti, il vantaggio sarà quello di poter usare un’unica piattaforma di gestione per le macchine virtuali e per le applicazioni containerizzate. Significativa è anche l’acquisizione di Heptio, startup di Seattle fondata nel 2016 da due fuoriusciti da Google, Joe Beda e Craig McLuckie, che sono anche due degli “inventori” di Kubernetes (il motore di orchestrazione è nato proprio a Mountain View per poi essere donato alla comunità open source)

 

 

Maurizio Carli, executive vice president, worldwide sales and services

 

 

L’altro filone di investimento riguarda lend-user computing, e più precisamente le tecnologie che migliorano l’esperienza utente come quelle di mobile device management. Oggi però si devono gestire non solo i dispositivi mobili del Byod, ma tutti i dispositivi, dal Pc allo smartphone, e si devono gestire applicazioni e dati sparpagliati fra l’uno e l’altro. In quest’ambito la prima scommessa dell’azienda di Pat Gelsinger è stata Airwatch, società acquisita nel 2014 per 1,54 miliardi di dollari e quindi integrata nell’offerta di Vmware. C’è stato poi il lancio di Workspace One, piattaforma per la gestione dei dispositivi endpoint (Windows, macOS, Chrome OS, iOS, Android), la gestione delle applicazioni e il controllo degli accessi. Strumenti di questo tipo, secondo Vmware, oggi sono più necessari che mai non solo per ragioni di sicurezza informatica ma perché l’esperienza dell’utente dev’essere di alto livello sempre, nell’uso personale e in quello lavorativo.

 

C’è un ulteriore tassello nel futuro immaginato da Vmware per sé stessa e per i suoi clienti: le tecnologie per l’Internet of Things e l’edge computing (cioè il calcolo dislocato in “periferia”, alle propaggini delle reti, grazie alle capacità di elaborazione integrate in alcuni oggetti connessi). Oggi ancora in una nicchia, le soluzioni di vSphere per IoT ed edge potranno trovare spazio crescente specie in mercati verticali come l’industria manifatturiera, l’edilizia e l’automotive. Le soluzioni vSphere per l’Internet of Thing, fino a ieri erano riservate ai server basati su chip Intel, mentre ora supportano anche quelli con processori Arm, che sono numericamente dominanti in ambito IoT.

 

Raffaele Gigantino, coutry manager per l'Italia in carica dallo scorso luglio

 

La software house non si dimentica dell’Italia, un Paese che all’ultimo Vmworld di Barcellona ha fatto contare 500 presenze (sulle 13mila totali). Un Paese in cui, sotto la guida del nuovo country manager Raffaele Gigantino, il team dei collaboratori si allargherà: oggi composto da 125 persone, ne accoglierà altre 23 per cui esistono attualmente posizioni aperte. Un Paese in cui “la componente di private cloud è sicuramente un’area di investimento importate”, spiega Gigantino, citando l’esempio di Innova Puglia, che ha adottato il software-defined data center su tecnologia Vmware, e il progetto di virtualizzazione realizzato dall’Università di Pisa. Un Paese in cui anche la Pubblica Amministrazione, pur con tempi non fulminei, sta percorrendo la strada della trasformazione digitale (e c’è un dialogo in corso con il Ministero dell’Economia e delle finanze). “Nell’offerta per l’end user computing cresciamo soprattutto nelle piccole e medie imprese, che hanno avviato con maggiore facilità percorsi di rinnovamento dei processi, mentre con le grandi servirà più tempo, ammette Gigantino. “Se le aziende italiane vogliono restare al passo con quelle straniere dovranno compiere questa scelta”.