Continua l’emorragia di top manager da Twitter. Dopo le dimissioni del chief operating officer Adam Bain, ufficializzate a novembre, in queste ore è arrivato anche l’annuncio del chief technology officer: Adam Messinger ha lasciato l’azienda dopo cinque anni di collaborazione per “prendersi del tempo libero”. La conferma è arrivata ovviamente con un tweet. Insieme a lui ha deciso di fare le valigie anche Josh McFarland, vice president of product, il quale approderà a Greylock Partners, società di venture capital. Il doppio abbandono di queste ore fa il paio con quello svelato a inizio dicembre dall’ennesimo Adam, che di cognome fa Sharp ed era director of media partnerships and head of news, government and elections di Twitter: un altro dirigente di peso che ha scelto di abbandonare il “nido”.

Il turnover ai vertici delle aziende non è cosa rara, ma per una società che sta ancora faticando a proiettare sui mercati un’immagine solida di se stessa, questo potrebbe essere un problema. I top executive non sono soltanto le figure che si interfacciano con gli investitori, ma possono garantire la stabilità anche ai “piani bassi”. I dipendenti potrebbero diventare irrequieti a vedere i principali manager della propria compagnia andarsene alla spicciolata.

Questo round di dimissioni arriva, tra l’altro, in un periodo abbastanza felice per Twitter. Dopo diversi trimestri complicati, il social network sembrava essere riuscito a ritrovare la strada. I conti del periodo luglio-settembre erano buoni, con un giro d’affari in crescita dell’otto per cento anno su anno e 616 milioni di dollari raccolti nel quarter.

Numeri che non hanno comunque potuto evitare un’ondata di licenziamenti che ha colpito circa il nove per cento della forza lavoro complessiva. Una ristrutturazione mirata a “generare maggiori efficienze e portarci verso l’obiettivo della profittabilità Gaap nel 2017”, aveva scritto Twitter nel documento pubblicato a fine ottobre.