Meno taxi, più biciclette. Uber ha annunciato l’acquisizione di Jump, startup di San Francisco titolare di una piattaforma di bike sharing, per una cifra che dovrebbe aggirarsi attorno ai cento milioni di dollari. In questo modo la società guidata da Dara Khosrowshahi ha messo le mani su un business promettente ed “ecologico”, integrabile alla perfezione nel cuore dell’offerta di Uber. Un’operazione che potrebbe servire anche per distogliere l’attenzione dalla sospensione dei test sui veicoli a guida autonoma, interrotti a marzo dopo che una macchina senza conducente ha investito e ucciso una donna. Jump nasce da un’idea di Ryan Rzepecki, suo attuale Ceo, e dalle 150 bici a pedalata assistita disponibili inizialmente tramite quattro progetti pilota.

La società, che inizialmente si chiamava Social Bicycles e si limitava a dotare le due ruote a pedali di una tecnologia di connettività proprietaria, è riuscita nel tempo a portare ben 12mila bici sulle strade di quaranta città (di sei Paesi). Poi, come spiega Rzepecki, qualcosa è cambiato. “Negli ultimi due anni il settore ciclistico si è spostato da un business gestito dai governi, caratterizzato da tempi molto lenti, verso una delle tecnologie consumer più competitive e meglio sfruttabili del mondo”.

Nel 2017 la startup decide di cambiare strategia, rendendo disponibile una propria flotta basata su veicoli personalizzati completamente elettrici e lanciando il brand Jump. L’idea piace agli investitori, che decidono di aprire il portafoglio per sostenere l’azienda, fino all’incontro con Uber, che chiede alla startup di integrare il sistema di bike sharing nella propria applicazione di prenotazione delle corse in auto, rendendolo disponibile a Washington e San Francisco. Fino ad arrivare all’acquisizione di oggi.

L’accordo siglato in queste ore è decisamente strategico per Uber che, come altre realtà analoghe, nelle città soffre la concorrenza delle soluzioni di bike sharing sulle tratte brevi. L’integrazione dell’offerta di Jump nella propria app renderà il gigante californiano una vera e propria piattaforma multimodale, con la possibilità di offrire ai propri clienti diversi modi per spostarsi senza utilizzare né auto né biciclette proprietarie.

 

 

Senza considerare la competizione con la Cina, i cui giovani brand Ofo e Mobike stanno lentamente cannibalizzando il segmento del bike sharing. Anche e soprattutto nell’America settentrionale e in Europa, dove Uber ha iniziato a costruire il proprio successo offrendo un servizio mai visto prima e che prendeva di mira uno dei business “sacri” per questi due mercati: l’automobile. Khosrowshahi segna così la sua prima operazione di rilievo dalla scorsa estate, quando sostituì il cofondatore Travis Kalanick alla guida del travagliato enfant prodige della Silicon Valley, colpito da accuse di sessismo e spionaggio della concorrenza.