Uber è quasi pronta al grande salto in Borsa. L’azienda di San Francisco ha depositato alla Sec statunitense, l’autorità che vigila sui mercati, nuovi documenti per la quotazione (Ipo) con cui punta a raccogliere dagli investitori almeno 10 miliardi di dollari. Se le stime venissero confermate, si tratterebbe dell’offerta pubblica iniziale più grande di sempre per un titolo tecnologico. Uber stimava di raggiungere una valutazione di circa 100 miliardi, ma la flessione del titolo della rivale Lyft (che ha debuttato a Wall Street il 29 marzo) al di sotto del prezzo di collocamento ha fatto rivedere le previsioni all’azienda simbolo del ride hailing. Il collocamento di Uber dovrebbe avere luogo nei primi giorni di maggio. Ma, oltre ai dati che già circolavano da tempo, la documentazione S-1 depositata alla Sec svela altri dettagli interessanti.

Per esempio, tra il 2016 e il 2018 la società californiana ha accumulato quasi 10 miliardi di dollari di passivo. Solo l’anno scorso la compagnia ha registrato perdite operative per 1,8 miliardi, che si tramutano però in profitti netti per 997 milioni in Russia e nei mercati asiatici grazie alla cessione di alcuni asset non considerati strategici. Nel 2018 il fatturato è cresciuto del 42 per cento a 11,3 miliardi e il numero di utenti mensili è salito di 34 punti a 91 milioni.

Cifre importanti, ma che evidenziano una sensibile frenata rispetto al 2017. Inoltre, pur essendo presente in oltre sessanta Paesi, Uber deve ancora oggi un quarto delle prenotazioni a cinque città soltanto: San Francisco, Los Angeles, New York, Londra e San Paolo. Legami che potrebbero preoccupare sul lungo periodo, anche perché l’unicorno più famoso della Silicon Valley sta continuando a spendere per crescere in nuovi mercati (nel 2018 gli investimenti sono aumentati del 19 per cento).

Le attività di Uber sono state sostenute finora soprattutto dai grandi fondi di venture capital e da alcuni colossi globali, ma la compagnia deve ora dimostrare di essere in grado di correre con le proprie gambe (e con quelle della Borsa). Anche quella che prima dei vari scandali che l’hanno colpita era la più promettente delle startup deve dare agli investitori garanzie sulla sostenibilità del business e sulla solidità dei propri conti.

Infine, la documentazione depositata alla Sec ha svelato l’importante sforzo economico di Uber per la ricerca e sviluppo nel campo dei veicoli a guida autonoma. L’anno scorso la divisione Advanced Technology Group (Atg) dell’azienda ha speso 457 milioni per finanziare progetti di questo genere e continuerà a farlo, malgrado si aspetti di dover continuare ad affidarsi a conducenti umani ancora per lungo tempo. Complessivamente, nel 2018 Uber ha investito in ricerca e sviluppo circa 1,5 miliardi di dollari.