Uber sembra voler procedere con decisione con i propri progetti di sviluppo di una mobilità sostenibile. Nei mesi scorsi l’azienda di San Francisco ha svelato Air, un avveniristico servizio di “taxi autonomi volanti” da lanciare effettivamente nel 2023 in alcune città selezionate, non prima però di aver effettuato test intensivi a partire dal 2020. Nel corso del weekend, durante un evento in Giappone sul trasporto aereo, Uber ha svelato una nuova cerchia ristretta di Paesi che potrebbero essere presi in considerazioni per l’espansione del progetto. Secondo i piani della società californiana, le sperimentazioni dovrebbero partire nei cieli di Los Angeles e Dallas, per approdare poi in Francia, Giappone, Brasile, Australia e India. Inizialmente la compagnia guidata da Dara Khosrowshahi aveva pensato a Dubai come primo “scalo” internazionale, ma evidentemente le trattative con il governo locale sono poi entrate in stallo.

Non sono certamente poche le sfide che attendono l’ormai ex prodigio della Silicon Valley. A partire dalla regolazione dei trasporti aerei, che varia di Paese in Paese, per arrivare ovviamente alle tecnologie da sviluppare per garantire l’efficienza dei velivoli autonomi e la sicurezza di persone e cose. Nella testa di Eric Allison, responsabile del progetto Uber Air, i mezzi di trasporto ideali sono i cosiddetti Vtol, acronimo che significa vertical takeoff and landing: piccoli aeromobili in grado di decollare e atterrare in verticale e quindi adatti ai ristretti spazi urbani.

Ma in questa avventura l’azienda di San Francisco è in buona compagnia in quanto, secondo The Verge, ci sarebbero almeno 19 altre realtà al lavoro su piani di auto volanti. Tra queste ci sarebbero anche colossi storici dell’aria come Boeing e Airbus, oltre a una pletora di startup più o meno famose. Ma è sicuramente Uber quella che sta facendo più notizia, anche perché l’obiettivo dichiarato di Khosrowshahi è quello di diversificare il più possibile il business, includendo nella propria offerta mezzi di trasporto alternativi all’automobile come scooter e biciclette.

Il prossimo passo della società sarà quello di identificare le città consone al lancio del servizio. L’azienda avrebbe stilato un elenco di località più adatte, le quali dovrebbero avere una popolazione metropolitana di almeno due milioni di persone, un aeroporto ad almeno un’ora di distanza dal centro e la volontà di sostenere i servizi di carpooling.

Secondo Uber, ogni Paese avrebbe delle caratteristiche peculiari. Il Giappone, ad esempio, è leader nei trasporti pubblici, l’India invece ha alcune fra le città più congestionate del mondo. Mentre l’Australia sta già abbracciando soluzioni analoghe a quelle testate da Uber. Nel frattempo, il Ceo Khosrowshahi sta ampliando anche la rete di partnership della compagnia, assicurandosi il sostegno dei giganti dell’automotive. Come quello di Toyota, che la scorsa settimana ha annunciato un investimento in Uber di 500 milioni di dollari.

E proprio in Giappone, patria della Toyota, è stato inaugurato il primo servizio di taxi autonomi con passeggeri paganti. Zmp, società sviluppatrice di tecnologie self-driving e la compagnia di trasporti Hinomaru Kotsu, hanno concluso con successo una serie di test su strada, per un totale di 5,3 chilometri, nelle trafficate arterie dei distretti Otemachi e Roppongi di Tokyo. I viaggi programmati sarebbero 96 e, secondo le due aziende, ben 1.500 persone avrebbero chiesto di diventare passeggeri dei taxi senza conducente, pagando circa 13 dollari per ogni corsa.