La pubblicità piace poco, soprattutto su Internet e in particolar modo in mobilità. La possibilità di contrastare banner e spot invadenti esiste e si traduce nell’installazione di estensioni, chiamate “ad blocker”, che permettono di navigare sul Web senza vedere inserzioni pubblicitarie. Editori e aziende non saranno contenti di sapere che, secondo l’ultima ricerca della società di marketing Tune, alla fine del 2015 una persona su quattro riteneva di aver scaricato sul proprio smartphone un’applicazione di questo genere. Il dato è stato ottenuto chiedendo a 4mila possessori di cellulari negli Stati Uniti e in Europa se, secondo loro, fossero in possesso di un software specifico per rimuovere la pubblicità su mobile. I numeri, va detto, non sono completamente affidabili in quanto nel 21% dei casi gli utenti non erano certi di aver installato un ad blocker, ma è il trend delineato da Tune a essere significativo.

Negli ultimi sei mesi del 2015, infatti, solo il 2,4% degli intervistati ha dichiarato di aver scaricato un’applicazione di questo genere. Dato schizzato poi al 7,8% nel solo novembre dell’anno scorso. Secondo la società di marketing, inoltre, entro la fine del 2017 ben l’80% dei possessori di smartphone si doterà di un’app capace di rimuovere definitivamente la pubblicità. Il report non ha identificato grandi differenze tra generi, età e piattaforme mobili.

Picchi poco significativi nell’utilizzo degli ad blocker sono stati registrati tra i giovani e le persone di mezza età, con gli uomini europei possessori di smartphone Android che si sono mostrati i più inclini a sperimentare in futuro queste applicazioni. Considerato però che il mercato degli ad blocker mobili è ancora molto giovane, è forse azzardato trarre conclusioni affrettate e dare per certe le tendenze dei prossimi mesi.

 

Fonte: Tune

 

Apple, per esempio, ha consentito l’utilizzo di questi software soltanto lo scorso autunno, con il lancio di iOs 9. Inoltre, non è detto che il download dell’applicazione porti poi l’utente a utilizzarla. I dati rilevati da Tune non vengono infatti dal monitoraggio reale dei dati transitati sugli smartphone, ma si limitano alla “percezione” delle singole persone. È certo però che il dibattito sugli ad blocker è destinato a proseguire, in quanto software di questo tipo danneggiano gli investimenti degli inserzionisti e rappresentano una potenziale fonte di problemi per gli editori.

Sono attualmente allo studio nuove modalità di filtraggio dei contenuti, con la creazione di consorzi ad hoc costituiti da publisher e aziende che pagano per mostrare i propri prodotti sul Web (come l’Interactive Advertising Bureau). Ma anche gli stessi provider stanno sperimentando funzionalità per conciliare i diversi interessi in gioco. Google, per esempio, sta facendo molto per rimuovere pubblicità ingannevoli e banner considerati troppo invasivi: solo nel 2015 sono stati eliminati 780 milioni di inserzioni che violavano le policy aziendali.