La casualità ha posto la tappa milanese del Red Hat Open Source Day (replica a Roma il 14 novembre) all’indomani del clamoroso annuncio di acquisizione da parte di Ibm per 34 miliardi di dollari. La macchina dell’evento, naturalmente, era già in moto da diversi mesi, altrimenti sarebbe stato impossibile chiamare a raccolta circa 1.300 partecipanti e ottenere l’adesione di 47 partner intorno a una giornata fitta di interventi, testimonianze di clienti, sessioni tecniche e di aggiornamento per tecnici e sviluppatori. Allo stesso tempo, però, non si poteva nemmeno far finta di nulla e, quindi, l’occasione è stata utile per tastare a caldo il polso dell’ecosistema Red Hat, a cominciare dal management presente.

Gianni Anguilletti, responsabile di una regione che comprende Italia, Turchia, Israele e Grecia, ha usato una metafora calcistica per descrivere l’operazione: “Pensiamo a una squadra solida e con molta esperienza, nella quale viene innestata una pattuglia di giocatori giovani e inventivi. Ne viene fuori un gruppo ancora più forte e aggressivo, nel nostro caso sul fronte dell’innovazione”.

Il manager ha però preferito centrare il proprio intervento soprattutto sui focus che continueranno a caratterizzare lo sviluppo dell’azienda (completezza funzionale dello stack infrastrutturale, apertura e flessibilità nella logica dell’open cloud ibrido) e rilevare una costante crescita, che anche in Italia si traduce in un organico che ha superato le 150 unità, un terzo delle quali sono ingegneri sviluppatori. 

Noi abbiamo incontrato Michel Isnard, vicepresidente sales Emea, per capire almeno quali prospettive si aprono dopo l’annuncio dell’acquisizione, tenendo presente che il completamento sarà graduale e destinato a terminare nella seconda parte del 2019: “Clienti e partner devono sentirsi rassicurati, perché si tratta dell’investimento più importante mai effettuato nel mondo dell’Ict e per questo rende tutti più fiduciosi sul futuro dell’open source, oltre a riconoscere il valore di un’azienda come Red Hat”.

Al momento, prevale il messaggio della continuità con il lavoro svolto fin qui e del posizionamento conquistato nel tempo, dopo le origini completamente legate a Linux e al credo open source, che progressivamente si è allargato al middleware e alla virtualizzazione, per approdare alla proposta di uno stack infrastrutturale completo per creare data center software-defined.

 

Michael Isnard, vicepresidente sales Emea di Red Hat

 

La nostra attenzione è oggi concentrata sugli sviluppi multicloud, una strada intrapresa già da parecchie aziende e pressoché inevitabile, anche per non vincolarsi a un solo provider e non ripetere gli errori già fatti nella precedente fase di informatizzazione con i vendor di hardware o software proprietario”, ha sottolineato Isnard, che poi ha aggiunto: “Operiamo su un mercato che complessivamente rappresenta un valore di 70 miliardi di dollari, ma con le nostre proposte copriamo una parte che ne vale circa 3. Quindi, abbiamo un potenziale di sviluppo enorme e l’integrazione in una realtà della portata di Ibm ci aiuterà a raggiungere più clienti”.

I clienti presenti all’Open Source Day hanno portato la testimonianza di un rapporto con Red Hat esteso alle componenti core dei data center in trasformazione. Nexi, per esempio, ha evidenziato il caso di un’azienda forzata a un rilascio molto rapido di applicazioni, dettato dal forte dinamismo del mercato dei pagamenti digitali (e ormai soprattutto mobili) nel quale opera: “Abbiamo creato una digital factory con il business fortemente coinvolto”, ha raccontato il chief technology officer Sandro Borioni, “puntando sul riutilizzo e sull’agilità. Il livello di automazione è molto elevato e supportato da un’architettura a microservizi, utile anche per consentire alle componenti dell’azienda di fare self-provisioning delle risorse necessarie per le proprie esigenze di sviluppo”.

Snam sta invece costruendo il proprio piano di innovazione, definito da una precisa roadmap, con l’obiettivo di più che dimezzare il numero di applicazioni presenti e raggiungere un minimo del 40% delle risorse portate su cloud ibrido. Anche qui un ruolo centrale ha assunto l’implementazione di un’architettura a container, basandosi sulla tecnologia Red Hat Openshift come piattaforma PaaS per garantirsi una certa indipendenza sia dall’origine legacy della propria infrastruttura (tuttora presente) sia dai cloud provider che sono o saranno coinvolti.