Le fabbriche cinesi e l’old style della new economy

di Luigi Ferro
pubblicato lunedì 30 gennaio 2012

Lavoratori sfruttati, condizioni di lavoro pesanti, adeguamento alla censura, paradisi fiscali. Il mondo tecnologico è innovativo solo nei prodotti? L’inchiesta del New York Times che mette all’indice Apple ha riportato di stretta attualità un problema ricorrente e mai affrontato a dovere. Che interessa tutto il gotha dell’industria tecnologia, social network compresi.

Il New York Times con un’inchiesta fa a pezzi Apple sollevando il velo sulle drammatiche condizioni di lavoro delle fabbriche di iPad e iPhone. Orari di lavoro eccessivi, a volte per sette giorni a settimana, dormitori superaffollati, lavoratori minorile, lunghissime ore in piedi fino a non riuscire a camminare, nessuna considerazione per le condizioni di salute e per i materiali nocivi utilizzati nella produzione. Le accuse non sono nuove, ma questa volta sono molto dettagliate.

Due particolari di una fabbrica di assemblaggio di prodotti Apple a Shanghai


Poi è arrivata la lettera inviata al sito 9to5Mac da Tim Cook, il Ceo di Cupertino - «abbiamo a cuore ogni lavoratore nella nostra catena di rifornimento globale», si legge nel messaggio autografato dal successore di Steve Jobs - per bollare come «palesemente false» e «offensive» le accuse rivolte all'azienda per le condizioni di lavoro negli impianti cinesi che producono i device della Mela. Ma intanto la questione, mal sopportata anche da parecchi media, è tornata a galla.

Qualche esempio? Tempo fa ha avuto, almeno in Italia, minor riscontro un articolo di The Morning Call, un quotidiano della Pennsylvania ripreso poi dal Nyt, che raccontava le pesanti condizioni di lavoro nei magazzini di Amazon.
Dietro la figura ascetica di Steve Jobs e la celebre risata di Jeff Bezos si nasconderebbero quindi condizioni di forte sfruttamento dei lavoratori.

Tanto più imbarazzanti perché i protagonisti questa volta non sono le “cattive” multinazionali tipo Monsanto, ma le celebri regine dell’hi-tech. Aziende che hanno cambiato le nostre vite. E che, nel caso di Apple, iscrivono a bilancio profitti di 13 miliardi di dollari in un trimestre e hanno un valore di capitalizzazione di mercato di 390 miliardi.


L’innovazione che hanno portato nelle attività di tutti i giorni non trova riscontro nel dietro le quinte che nasconde situazioni molto “old style”. Difficilmente questo inciderà sulle loro vendite, pochi giorni e un velo di silenzio coprirà le notizie soppiantate dai rumours sul nuovo iPad o i dati di vendita del Kindle. E chissà invece cosa sarebbe successo se al loro posto ci fosse stata Microsoft.

Sarebbe quindi anche ora di dire che ci sarebbe aspettato qualcosa di meglio dai due colossi. Che senza essere troppo ingenui o sognatori ci sarebbe piaciuto che l’innovazione non si limitasse ai prodotti, ma si trasferisse anche all’interno delle aziende che oggi in troppi venerano.

La lotta sui mercati non è un pranzo di gala, ma in molti pensavano che ci fosse qualche differenza fra chi faceva realizzare i palloni per i campi da calcio di tutto il mondo dai ragazzini e chi invece lanciava su mercato iPad e Kindle. Non è così. E se ci pensate in questi anni molte sono state le aziende tecnologiche che hanno perso molte occasioni per comportarsi in un modo corretto.



Ricordate la vicenda di Yahoo con i dissidenti cinesi? La società era stata accusata di aver rivelato al governo di Pechino informazioni che avevano condotto alla cattura di Wang e Shi. E la vicenda si è chiusa con un accordo di risarcimento per le due vittime. E poi c’è Twitter, che addirittura ha messo a punto una tecnologia in grado di censurare i messaggi Paese per Paese, se ci sarà una richiesta in questo senso da parte delle autorità locali. Lo strumento che ha dato voce alle rivoluzioni arabe che permette a tutti di parlare al mondo saltando la mediazione giornalistica (a detta di alcuni pr ormai una categoria inutile) è già pronto alla censura.

Sapendo che aria tira in Cina, Twitter non vuole avere problemi. L’artista dissidente Ai Weiwei ha detto subito che "se Twitter inizia a censurare, smetterò di cinguettare". Saranno probabilmente in pochi a farlo anche se forse sarebbe il caso. In tutto questo spicca Google che se ne è andata dalla Cina per evitare problemi di questo tipo. Salvo ora strizzare di nuovo l’occhio alle opportunità di business legate al grande Paese asiatico. Ed è sempre la stessa casa di Mountain View, come del resto molte altre aziende tecnologiche, che risparmia miliardi di dollari fattruando all’estero i suoi ricavi pur nutrendosi dello spirito, dei talenti e della forza della Silicon Valley. C’è molto di vecchio nell’hi-tech.



Ha collaborato Gianni Rusconi



 
Commenti dei lettori (1)
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Commento di m47amp pubblicato in data 03 febbraio 2012 alle ore 23:39
Apple, IBM, Google, Twitter, tutte aziende che spremono profitti in maniera molto discutibile non solo in Cina. Prendiamo, ad esempio, il SOCIAL NETWORK ed il SOCIAL BUSINESS: non stanno mietendo vittime solo in Cina, ma stanno realizzando una RIVOLUZIONE ANTICULTURALE ovunque entrino in contatto con le giovani generazioni durante il loro percorso di alfabetizzazione. L'ANALFABETISMO di RITORNO, ai tempi legato pricipalmente all'esposizione ai programmi televisivi durante le ore di studio a casa dopo l'orario scolastico, oggi RICEVE NUOVO IMPULSO dall'istantaneità, dalla volatilità e dalla meccanicità della comunicazione ubiquitaria onnipresente. Ai suoi tempi Erasmo elogiava la follia, oggi invece, visto che la follia abbonda, bisognerebbe incominciare a lodare quel che scarseggia: la lentezza. Intendiamoci, nessun ritorno al passato è possibile o auspicabile, ma qualche riflessione sull'entusiasmo interessato dei promotori di un SOCIAL ANTISOCIALE dovrebbe incominciare a circolare un po' più diffusamente.
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