La Luna è un po’ più “nostra” da cinquant’anni. A mezzo secolo dall’allunaggio, lo sbarco di Neil Armstrong e Buzz Aldrin sul satellite terrestre (il terzo astronauta della missione Apollo 11, Michael Collins, restò invece in orbita) alcune delle tecnologie usate dalla Nasa appaiono ancora sorprendenti e avanzatissime. Non soltanto quelle che permisero all’uomo di arrivare sulla luna, ma anche quelle che consentirono il dialogo fra gli astronauti e il centro di controllo Nasa di Huston. In questi giorni l’anniversario viene celebrato un po’ ovunque sui media, rispolverando foto e filmati d’archivio, e anche le aziende informatiche che furono coinvolte nella storica conquista spaziale hanno colto l’occasione per raccontare qualcosa.

 

Comunicazioni appese a un filo
Motorola (da cui proviene la foto d’archivio qui sotto) fornì alla missione migliaia di dispositivi a semiconduttore, apparecchiature di localizzazione e controllo a terra e 12 unità di monitoraggio e comunicazione a bordo. Una radio banda-S nel modulo di comando dell’Apollo permise ai tre inquilini di comunicare con la Terra da oltre 48.000 chilometri di distanza: il suo consumo di energia era bassissimo, inferiore a quello di una lampadina da frigorifero dell'epoca. Nel modulo di comando era inserito a un "up-data link" necessario per ricevere segnali dalla Terra, per poi inoltrarli ad altri sistemi di bordo. 

 

Un transponder venne usato per ricevere e trasmettere segnali vocali e televisivi e dati scientifici. Anche nel Lem (il modulo di escursione lunare, cioè il lander staccatosi dalla navicella e “sparato” sul suolo lunare) un’altra tecnologia di Motorola, un ricetrasmettitore, fu usata per inviare segnali radio a tre stazioni di ricezione terrestri, dove demodulatori FM li convertirono per trasmetterli in televisione e in radio. E Motorola fornì anche l'antenna che spuntava dallo zaino indossato da Neil Armstrong, sviluppata apposta per lui.

 

Fortunatamente l’intero sistema di comunicazione funzionò a dovere. In un’intervista del 15 luglio 1969 Phil Wright, un manager di Motorola, spiegò che l’unità radio banda-S a un’altitudine di 48.000 chilometri rappresentava per i tre uomini il loro unico collegamento con la Terra: “Se smette di funzionare, gli astronauti potranno solamente parlare tra di loro e con nessun altro nell’universo”.

 

(Foto: Motorola)

 

Equazioni spaziali
Un ruolo primario spettò poi alle tecnologie e alle conoscenze di Ibm. Circa quarantamila suoi collaboratori, tra programmatori, scienziati, ricercatori e altre figure, presero parte alle fasi di preparazione, di viaggio e post allunaggio. Per i Ibm fu anche l’occasione (una non piccola responsabilità) di sviluppare e testare nuove tecnologie hardware, nonché di scrivere programmi software necessari sia per il lancio sia per il ritorno a casa della navicella. 

 

Big Blue aveva già collaborato con la Nasa in precedenti missioni spaziali, e ha continuato a farlo anche dopo. I suoi esperti programmatori (come quelli ritratti nella foto qui sotto) si occupavano di definire le equazioni con cui istruire i computer dei centri di controllo dell’agenzia spaziale, anche sulla base della lezione appresa con l’Apollo 11. Oggi il contributo di Ibm è fatto anche di intelligenza artificiale: Cimon, un programma di assistenza virtuale per astronauti, impiega le capacità cognitive di Watson. Realizzato da Airbus, dal 2018 viene testato all’interno della Stazione Spaziale Internazionale. 

 

 

I programmatori Ibm Susan Wright, Mitch Secondo e David Proctor controllano le equazioni da loro programmate nei computer Nasa del Manned Spacecraft Center. La maggior parte delle formule è stata tratta dal funzionamento dei computer di bordo già usati per l’allunaggio (Foto: Ibm)

 

Orgoglio italiano: l’Olivetti P101

Dentro all’Apollo 11 c’è anche un po’ di made in Italy, il che suscita orgoglio ma ugualmente un po’ di rammarico al pensiero di quell’immensa occasione mancata che è Olivetti: l’azienda di Ivrea, all’epoca un’avanguardia tecnologica mondiale, non soltanto inventò il primo computer portatile della storia ma lo portò sulla Luna. 

 

Il P101, sigla che sta per Programma 101, era un dispositivo delle dimensioni di una valigetta, qualcosa di mai visto prima. In realtà negli Stati Uniti il modello era già dal 1966 in circolazione, ristretta s’intende (qualche decina di migliaio di unità vendute), dunque aveva già dimostrato la sua validità tuttavia certo non nello spazio. Questa macchina dotata di tastiera poteva svolgere dei calcoli, al pari degli elaboratori degli anni Sessanta, ma in aggiunta era anche in grado di creare programmi ed eseguire applicazioni salvate su una cartolina magnetica.

  

 

Per il cinquantesimo anniversario dello sbarco sulla Luna non poteva mancare un Doodle celebrativo, che rimanda a un video di animazione in cui Michael Collins racconta il dietro le quinte della missione Apollo 11.