Il divieto di ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di sette Paesi a maggioranza musulmanta è “illegale”. Lo dicono a gran voce 97 aziende tecnologiche e non, come Apple, Microsoft, Google, Facebook, eBay, Twitter, Intel, Uber, Netflix, Kickstarter e altre ancora, tutte firmatarie di un documento di 53 pagine, depositato domenica scorsa come atto di supporto all'azione legale intrapresa nello Stato di Washington. Le proteste del mondo hi-tech e Web, affidate ai media e a lettere aperte ai dipententi, erano scattate subito all'indomani dell'ordine esecutivo del 27 gennaio, voluto dal neopresidente per ragioni di “sicurezza nazionale” e al momento sospeso su tutto il territorio nazionale per decisione di giudice federale dello Stato di Washington.

Negli ultimi dieci giorni un coro di dissenso si era levato dalla Silicon Valley, soprattutto, ma anche dall'area intorno a Seattle, culla di Microsoft e Amazon. Impedendo il rilascio dei visti su un periodo di 90 giorni ai cittadini siriani, libanesi, iraniani, iracheni, somali, sudanesi e yemeniti, il “muslim ban” di Trump crea problemi a centinaia di dipendenti e collaboratori delle società tecnologiche (solo in Microsoft, a quasi ottanta persone), oltre a limitare la libera scelta nelle nuove assunzioni.

Nel documento corredato da 97 firme si ribadisce come l'ingresso di cittadini stranieri abbia arricchito gli Usa di alcuni tra i suoi “più prominenti imprenditori, politici, artisti e filantropi”, oltre ad aver rappresentato la via d'accesso all'American dream. “Gli immigrati e i loro figli hanno fondato oltre 200 delle aziende nella classifica Fortune 500, tra cui Apple, Kraft, Ford, General Electric, AT&T, Google, McDonald's, Boeing e Disney”, si legge. La svolta trumpista, al contrario, rappresenta “un significativo allontanamento dai principi di giustizia e di prevedibilità che hanno regolato il sistema di immigrazione statunitense per oltre cinquant'anni”.