Qual è l’opinione generale della blockchain in Italia, quali pensieri provoca? Una ricerca condotta dal Digital Transformation Index e da Cfmt su un (non specificato) campione di italiani svela qualcosa di interessante. Stando al sondaggio, i concetti più frequentemente associati sono quelli di dati, struttura, registro e transazioni, fiducia e sicurezza. Permane, inoltre, anche nella rilevazione di questo anno l’associazione di idee tra blockchain e moneta virtuale: tra le possibili alternative fornite dal sondaggio come definizione del termine, una parte degli intervistati ha scelto quella che descriva la blockchain come “la tecnologia sulla quale si basano le criptovalute”.

 

“Blockchain è forse la tecnologia che nel corso degli ultimi 12 mesi è stata più sovraesposta e, allo stesso tempo, fraintesa”, ha commentato Stefano Epifani, presidente del Digital Transformation Institute. “Guardare al numero di quanti pensano di sapere di che cosa si tratti e rapportarlo a quanti la usano effettivamente dà immediatamente contezza di quanto tale convinzione di competenza sia spinta da un tam tam mediatico privo di conseguenze pratiche in termini progettuali. E non è un caso che, mentre abbondano i proof-of-concept, siano rari i proof-of-work”. Insomma se ne parla, talvolta la si sperimenta, ma raramente la si utilizza per scopi professionali o personali.

 

A conferma delle parole di Epifani, il 69% degli intervistati ha detto di non aver mai acquistato un prodotto facendo riferimento alla sua tracciabilità garantita tramite blockchain. Anche questo dato è però in trasformazione: la percentuale raggiungeva  l’81% nel sondaggio del 2018. Tornando al presente, solo il 6% si definisce come “utente regolare” della blockchain, mentre il 25% afferma che gli è “capitato di provare” e il 41%, pur non avendo mai approcciato questa tecnologia, si dichiara interessato a farlo.

 

Per quali scopi? Sarà importante soprattutto per realizzare contratti elettronici (risposta fornita dal 46% del campione) potendo ottenere risparmi di tempo e denaro e una maggiore affidabilità; il 45% degli intervistati pensa invece che sia essenziale per garantire la tracciabilità dei prodotti; il 28% crede che in futuro le criptovalute sostituiranno totalmente il denaro tradizionale, dunque la blockchain avrà un ruolo essenziale per queste applicazioni.

 

Elevata, 80%, è anche la percentuale di persone che dichiarano di non aver mai usato le criptomonete. “E questo”, chiosa Epifani, “è l’indicatore più forte del fatto che la tecnologia blockchain, nella sua espressione più forte e significativa, ha trovato per ora un momento di saturazione. Che ovviamente non sarà eterno, ma che impone una riflessione sulla differenza tra il tempo del quale le persone hanno bisogno per assorbire l’innovazione e quello che le aziende vorrebbero che fosse”.

 

Promesse ancora non realizzate
Dati di altre ricerche confermano l’impressione che in Italia la blockchain abbia gettato, finora, poche radici e che resti principalmente legata all’ambito delle criptovalute. Secondo un’indagine condotta nel 2019 da NetConsulting Cube (eseguita su 70 aziende di vari settori), per il 50% delle imprese italiane questa tecnologia è destinata a restare confinata a pochi settori, mentre il 25% ritiene che sia ancora una tecnologia immatura. Significativo il fatto che, tra le aziende operanti nel settore del retail, nessuna ritenga la blockchain come una opportunità da cogliere.

Basta però allargare lo sguardo geograficamente e puntarlo verso il futuro per ottenere un quadro estremamente diverso. Uno studio condotto da The Insight Partners nel 2018 stimava in 1,57 miliardi di dollari il giro d’affari mondiale della blockchain dello scorso anno, valore destinato a crescere esponenzialmente nel giro di un decennio. La previsione per l’anno 2027 è di 162,8 miliardi di dollari.