Si mangiano in un sol boccone, viaggiano nel corpo umano per poi essere “digeriti”. Non parliamo di alimenti ma dei sensori “edibili” sviluppati dai ricercatori del Mit insieme a medici di un ospedale di Boston, il Brigham and Women's Hospital, e utili per monitorare il lavoro dell'apparato gastrointestinale. Questa tecnologia, frutto di una ricerca pubblicata dalla rivista Nature Biomedical Engineering e ancora in via di sperimentazione, potrà quindi servire per studiare pazienti affetti da obesità o disturbi alimentari. Si tratta di sensori realizzati in materiale piezoelettrico, ovvero capaci di emettere degli impulsi elettrici in risposta a stimoli meccanici: si attivano, dunque, quando le pareti dello stomaco o dell'intestino si contraggono, potendo quindi registrare le normali attività della digestione o segnalare eventuali anomalie e situazioni di sofferenza degli organi. Un altro utilizzo possibile è il monitoraggio delle assunzioni di alimenti in persone che soffrono di disturbi alimentari o di obesità.

I sensori sono racchiusi in una capsula lunga un centimetro e facile da inghiottire, come fosse una pillola, e che poi si dissolve una volta a contatto con gli organi dell'apparato digerente. Una volta “liberato” dalla capsula, il sensore si srotola palesando la sua reale misura di 2,5 centimetri. Il sistema è completato da un cavo elettrico e da una piccola batteria. Essenziale è l'abilità del materiale di imitare le caratteristiche elastiche della pelle umana per riuscire ad “aggrapparsi” alle pareti del tratto intestinale senza però causare reazioni infiammatorie.

Nei test eseguiti dai ricercatori su maiali, i sensori sono rimasti per due giorni nell'apparato digerente senza provocare né subire danni. Un obiettivo futuro è la realizzazione di sensori piezoelettrici capaci di funzionare senza batteria e che sappiano trasformare gli impulsi meccanici in elettricità per finalità ulteriori rispetto a quelle finora esplorate.

 

 

 

Di tutt'altro tipo, ma ugualmente preziosa, è la tecnologia protagonista di un'iniziativa della Associazioni Anmar e Apmar, ideata a favore di chi soffre di patologie a carico delle articolazioni e sponsorizzata da Roche. Si tratta di oggetti progettati dai designer del +Lab e da pazienti reumatici, e stampati in 3D: piccoli ma preziosi accessori che aiutano a compiere azioni quotidiane come sbucciare la frutta, calzare le scarpe, recuperare gli oggetti da terra e aprire le bottiglie. Gli oggetti rispondono alle esigenze di chi soffre di quattro patologie particolarmente invalidanti: artrite reumatoide, artrite idiopatica giovanile, sclerosi sistemica e artrite a cellule giganti.