Quanto sono tecnologiche le aziende italiane? Ovvero quanto investono, quanto si trasformano, quanto sono disposte a cambiare per diventare più competitive o innovative attraverso le tecnologie digitali? Per rispondere, superando i luoghi comuni, servono i numeri e a fornirceli è l’Istat attraverso la pubblicazione di interessanti dati del suo “Censimento permanente delle imprese”, integrati con altre fonti presenti nei propri registri statistici. Il campione analizzato è composto da circa 280mila realtà, suddivise tra microimprese (da meno di dieci addetti in organico, corrispondenti ai due terzi del totale), aziende piccole (da 10 a 49 addetti), medie (da 50 a 249) e grandi. Sebbene non corrispondenti al totale delle attività economiche private italiane, le imprese del campione sono ampiamente rappresentative, giacché producono l’84,4% del valore aggiunto nazionale e impiegano il 76,7% degli addetti (12,7 milioni di persone). 

A queste realtà, interpellate tra maggio e ottobre del 2019, Istat ha chiesto innanzitutto quali  fossero stati i principali obiettivi dell’azienda nel triennio 2016-2018. Ne è emerso quasi un plebiscito per un obiettivo in particolare, il miglioramento della posizione competitiva sul mercato, indicato come prioritario dal 90,4% del campione; a seguire, sono stati citati l’ampliamento della gamma dei prodotti venduti (6,9,9%) e l’aumento delle attività in Italia (68,2%). Per raggiungere tali fini, però, solo un’azienda su tre ha bisogno oppure è disposta a trasformarsi a tal punto da introdurre dei cambiamenti di processo, prodotto o mercato

Nel periodo il 64,8% ha effettuato almeno un investimento in una delle aree di “spinta all’innovazione” considerate, cioè ricerca e sviluppo, tecnologie e digitalizzazione, capitale umano e formazione, internazionalizzazione, responsabilità sociale e ambientale. Per le sole tecnologie di digitalizzazione la percentuale è del 46,7%.

Un feeling ancora debole, ma c’è potenziale di crescita
Non è una quota disprezzabile, ma nel complesso l’Istat sottolinea come ci sia ancora uno “scarso feeling” tra le aziende italiane e la sfera digitale. Escludendo dal conteggio le microimprese, vediamo che il 77,5% delle società piccole, medie e grandi utilizza almeno una tra le undici tecnologie individuate come fattori chiave di digitalizzazione. Si tende però a dare priorità a quelle infrastrutturali o indispensabili per operare, come soluzioni cloud, connettività (in fibra ottica o su rete mobile) e software gestionali, concentrando su questi ambiti gli investimenti. Su undici tecnologie strategiche per la digitalizzazione, la stragrande maggioranza delle imprese ne utilizza una, due, tre o quattro (come mostra la tabella seguente).

Quanto alle applicazioni tecnologiche più evolute e complesse, si nota uno scenario ancora immaturo, ma a detta dell’Istat promettente. La quota di imprese che hanno adottato almeno una tecnologia fra Internet delle cose, realtà aumentata/virtuale, analisi dei Big Data, automazione avanzata, simulazione e stampa 3D è pari al 16,6%, “un valore che testimonia una transizione in corso e un ampio potenziale di crescita”, scrive l’istituto di statistica.

In realtà, guardando al futuro, non si prevedono sconvolgimenti radicali sotto questo profilo. Per il triennio 2019-2021 gli investimenti delle imprese italiane saranno ancora concentrati sulle medesime aree, ovvero chi ha già fatto dei passi nell’IoT o nell’uso dei Big Data andrà avanti su questa strada mentre gli altri resteranno legati alle tecnologie più “basilari”, essenziali per la modernizzazione ma non troppo rivoluzionarie. D’altra parte aumenteranno, in generale, i progetti destinati a rafforzare la cybersicurezza (vi investirà un 33,5% di imprese in più) e a migliorare la connessione al Web (+13,1%). 

I vantaggi (e gli svantaggi) del cambiamento tecnologico
Si parla molto spesso dei presunti vantaggi dell’adozione di nuove tecnologie o dell’aggiornamento di quelle in uso. Senza negare quanto emerso dalle molte ricerche di vendor e osservatori internazionali, l’Istat sfata però qualche mito. Tra le imprese da almeno dieci addetti che investono in digitale, più della metà (52%) ha ottenuto il vantaggio di una maggiore facilità di condivisione delle informazioni all’interno dell’azienda, ma soltanto meno di un terzo (32,4%) ha potuto migliorare l’efficienza dei propri processi produttivi. E c’è una non irrilevante quota di intervistati, il 14,6%, per i quali gli investimenti tecnologici non hanno generato alcun beneficio percepito.

Tutto questo non significa, tuttavia, che gli investimenti in informatica siano inefficaci o deleteri: semplicemente, ci sono carenze da colmare per poterli mettere a frutto. Adottare nuove tecnologie significa in molti casi introdurre strumenti che comportano un tempo di apprendimento o che non sono alla portata di tutti. Tra chi ha adottato nuovi software gestionali, per esempio, il 39,6% è dovuto intervenire per colmare un deficit di competenze in quest’area, e in misura minore questo è successo anche in seguito all’introduzione di connessioni Internet (15,9%), soluzioni di cybersicurezza (13,1%) e cloud (10%). “La digitalizzazione cambia le esigenze di competenze del personale e fa emergere nuove priorità e potenziali criticità”, sintetizzano gli analisti dell’Istat. Ciononostante, oltre metà delle imprese non prevede azioni di formazione specifiche per le nuove tecnologie introdotte, limitandosi ad affrontare il problema della qualificazione del personale con strumenti ordinari.