Jeff Bezos è stato hackerato. Uno tra gli uomini più ricchi al mondo non è solo un abile imprenditore che ha fatto della sua Amazon un colosso dell’e-commerce e del cloud computing, ma è anche un personaggio pubblico spesso al centro delle cronache e del gossip. Dopo aver occupato i rotocalchi ma anche i media generalisti con le vicende dei suoi tradimenti e della sua separazione, Bezos si è ritrovato coinvolto nell’intricato caso dell’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, avvenuto nell’ottobre del 2018 in seguito a una visita al consolato saudita di Istanbul. 

 

Sull’uccisione di Khashoggi, come noto, sono state raccolte testimonianze e prove che puntano il dito verso il regime saudita, a cui il giornalista (ed ex medico) era stato legato in passato ma da cui negli anni si era allontanato, anche fisicamente con l’esilio e soprattutto dando voce a posizioni critiche e progressiste. Che cosa c’entra l’amministratore delegato di Amazon in tutto questo? Bezos è anche editore del Washington Post, testata che due settimane dopo la scomparsa di Khashoggi pubblicò, postumo, il suo ultimo editoriale e in seguito diede ampio spazio alla vicenda della sua morte.

 

Oggi emergono alcuni retroscena, che sembrerebbero spiegare come il National Enquirer (tabloid scandalistico di  David Pecker, un sostenitore di Donald Trump) abbia ottenuto le foto e i messaggi privati del miliardario di Amazon e della sua amante. Il Guardian ha pubblicato alcune indiscrezioni secondo le quali già nel mese di maggio 2018 l’iPhone di Jeff Bezos sarebbe stato hackerato su ordine del principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman. Anzi, sarebbe stato hackerato con un messaggio WhatsApp contenente un file malevolo e inviato proprio dal telefono personale di bin Salman. 

 

 

 

Quest’ultimo era in possesso del numero privato di Bezos poiché i due si erano conosciuti, meno di due mesi prima, in occasione di una cena organizzata per il principe saudita, a cui parteciparono anche il campione di basket Kobe Bryant e l’amministratore delegato di Disney, Bob Iger. Le fonti anonime del Guardian hanno parlato di un messaggio contenente un video e successive indagini forensi avrebbero dimostrato che il file molto probabilmente racchiudeva un malware, il quale avrebbe sottratto una grande quantità di dati dal dispositivo nel giro di poche ore. 

Come riportato dalle agenzie di stampa, due relatori dell’Onu esperti di diritti umani, Agnes Callamard e David Kaye, hanno fatto sapere di aver ricevuto informazioni sul “possibile coinvolgimento" del principe ereditario saudita in attività di intimidazione nei confronti del Washington Post. E questo potrebbe essere solo un primo segnale di una più ampia campagna intimidatoria, tesa a mettere a tacere il dibattito sulla morte di Khashoggi. I due relatori delle Nazioni Unite hanno chiesto alle autorità statunitensi di avviare un’indagine. 

Intanto in questi primi giorni, alla luce di indiscrezioni e commenti, il quadro ricostruito è ancora ipotetico e frammentario. A Reinews Pierluigi Paganini, esperto di cybersecurity e consulente dell’Enisa (European Union Agency for Network and Information Security), ha spiegato che “nonostante si discuta della compromissione del telefono di Bezos, secondo alcuni media che hanno visionato il rapporto stilato a seguito dell'investigazione pare non sia stato trovato il malware”. 

Motherboard, la testata tecnologica di Vice, ha potuto mettere gli occhi su un report in cui si parla di un anomalo traffico dati in uscita dal telefono di Bezos in seguito al fatidico messaggio WhatsApp: si potrebbe pensare, dunque, che effettivamente ci sia stato un hackeraggio con successiva esfiltrazione di dati. Ma chi è l’autore del presunto malware? Il report diffuso dai relatori Onu getta alcuni sospetti sulla società di cybersicurezza israeliana Nso, la quale si è però detta estranea ai fatti. L’ambasciata dell’Arabia Saudita, tramite Twitter, ha definito “assurde” le notizie di un coinvolgimento del regime saudita nell’hackeraggio del telefono di Bezos.