Pochi eletti possono viaggiare nello spazio, ma con la realtà virtuale e aumentata l’esplorazione dell’universo trova nuove dimensioni e si apre a nuove possibilità di scoperte scientifiche. L’uso dei visori di VR e di AR non è una novità assoluta per la Nasa, tuttavia oggi l’agenzia aerospaziale può dire di aver fatto progressi nel software che alimenta queste applicazioni al servizio dello studio scientifico. Come raccontato dalla stessa Nasa, queste tecnologie stanno “ridefinendo la nostra comprensione sul funzionamento della nostra galassia”

 

L’astronomo Marc Kuchner e la ricercatrice Susan Higashio, per esempio, hanno studiato quattro miliardi di stelle della Via Lattea utilizzando un sistema di simulazione 3D basato su visori Htc Vive e personalizzato ad hoc. Le simulazioni hanno permesso di comprendere meglio la velocità, la direzione del moto delle stelle e i loro raggruppamenti, correggendo alcune errate valutazioni già fatte tramite altri metodi di analisi. In precedenza, infatti, alcune stelle erano state classificate nel gruppo sbagliato e in alcuni casi non era stato possibile comprendere l’esistenza di raggruppamenti più estesi e sottoinsiemi.

L’osservazione di gruppi di stelle che si muovo insieme è un indizio della comune origine, di una nascita avvenuta nello stesso luogo e tempo. “Anziché cercare in un database e poi in un altro database, perché non volare lassù per avere uno sguardo d’insieme?”, ha detto Higashio, illustrando la sperimentazione durante una recente conferenza della American Geophysical Union. Kuchner ha invece spiegato che “non potrò creare un planetario nel mio ufficio, ma mi basta indossare un visore e sono là”.

 

L’ingegnere Tom Grubb utilizza il simulatore 3D (Foto: Nasa/Chris Gunn)

 

Da più di tre anni la Nasa ha deciso di scommettere sulla realtà aumentata e virtuale, avviando un progetto di ricerca sotto la guida dell’ingegnere Tom Grubb. Le prime pubblicazioni che racconteranno i risultati raggiunti finora vedranno la luce a breve, ma chiaramente si tratta di un lavoro che darà i suoi migliori frutti solo dopo anni di sperimentazioni. E c’è ancora qualche ostacolo da superare.

“L’hardware è disponibile, il supporto anche”, ha sottolineato Grubb. “Ad arrancare è il software, così come le regole convenzionali su come si debba interagire con il mondo virtuale. Non abbiamo semplici convenzioni come il pinch e lo zoom o il click sul tasto destro o sinistro del mouse, che funzionano sempre nello stesso modo”.  Questioni di interfaccia, dunque, non banali ma certamente più prosaiche rispetto all’ambizioso e anche poetico obiettivo di studiare le stelle.