Come sta cambiando il profilo delle aziende impegnate nell’integrazione delle soluzioni Ict?

Per chi opera nel nostro settore è sempre più importante andare a fondo nei processi di business dei clienti, parlare con i Cio ma anche con le linee di business, e applicare la tecnologia dove serve. Questo vale per tutti i settori di mercato, anche se il banking ha dinamiche diverse perché arriva da un passato di sistemi legacy e da regolamentazioni severe e particolari, oltre al fatto che, soprattutto in Italia, questo comparto ha fatto delle relazioni umane il suo punto di forza e della customizzazione dei sistemi la sua linea guida.

È il banking il mercato di riferimento per GFT?

Sì, noi operiamo principalmente nei settori del banking e dell’insurance, ma vogliamo anche espanderci su altri mercati, come l’automotive e il retail. La spinta che serve all’espansione la daremo proprio facendo leva sulla competenza tecnologica. Noi abbiamo da sempre investito sull’edge e sulle piccole e grandi aziende che portano tecnologie innovative.

 

Fabrizio Callery, sales director di Gft italia.

 

Qual è il vostro modello di go-to-market?

La risposta è diversa a seconda del mercato di riferimento. Prima di tutto noi aiutiamo le banche a modernizzare i propri sistemi legacy, con due obiettivi: ridurre i costi ma anche rendere i sistemi aperti e pronti a nuovi tipi di interazione, ad esempio il lavoro dalle 17 alle 8 e non solo dalle 8 alle 17.

Con quali tecnologie?

Le “classiche” come l’intelligenza artificiale, il machine learning e il deep learning. Ma anche i microservizi, che sono fondamentali per realizzare il decoupling, che consente a sua volta di portare, pezzo per pezzo, i sistemi su architetture meno costose e più aperte. Ma come dicevo non c’è solo la tecnologia, anche il fattore umano è importante. Lo si capisce quando bisogna progettare una user experience che sia differenziante e allo stesso tempo naturale, cosa che a noi risulta facile perché abbiamo in casa una web agency. Tutto poi deve essere pensato in modo nativo digitale, non come passaggio dall’analogico. Infine, ma non per importanza, ci sono i dati, il patrimonio più grande e una risorsa unica per poter centrare le esigenze del cliente finale, anche se a nostro parere sono un patrimonio ancora poco sfruttato.

Che cosa state progettando con l’intelligenza artificiale?

Attraverso queste nuove tecnologie si può arrivare a conoscere meglio il cliente e a ottimizzare molti processi, come ad esempio la valutazione del danno in campo assicurativo; noi lavoriamo con Watson di Ibm, con Google ma anche con Rulex Innovation labs, startup italiana basata negli Usa che investe in algoritmi white box e non black box. Per noi è una grande opportunità, perché per funzionare bene, l’intelligenza artificiale deve essere ben “addestrata”, e questo è un compito che spetta ai system integrator.

A parte l’intelligenza artificiale, qual è il futuro dei system integrator?

Il segreto è fare rete, cioè diventare delle business platform. Ogni operatore deve e può cercare guadagni in segmenti dove oggi non ci sono. Facciamo un esempio concreto: il cliente non compri un mutuo, ma una casa, non compra un finanziamento ma una macchina. In pratica si tratta di collegare i sistemi tecnologici delle imprese, cosa che si fa con le Api. Anche noi system integrator possiamo operare queste piattaforme, abilitando più soggetti a fare business attraverso azioni di terzi. Nel mondo automotive, ad esempio, c’è tutto il tema delle finanziarie che stanno dietro i brand automobilistici. È un business che può esplodere e automatizzarsi proprio grazie al paradigma delle business platform.