Quello dell’Italia digitale è un tema che - fra scandali, manovre anticrisi e azioni correttive (molte delle quali ancora da attuare – ricorre nelle sedi del Palazzo, e presso quella parte di opinione pubblica interessata all’argomento, da oltre un anno. Il Consiglio dei Ministri, dopo diversi rinvii, ha approvato (giovedi 4 ottobre) il “decreto Digitalia” nell’ambito del piano di sviluppo Crescita 2.0.

Il premier Mario Monti l’ha battezzato così: “L’Agenda digitale è la base per recuperare il gap tecnologico del Paese, un modo per trasformarlo. Tutto ciò che va verso il digitale può far superare antichi squilibri territoriali. Queste norme puntano in modo ambizioso a fare dell’Italia un luogo in cui l’innovazione sia un elemento per la crescita”. A fargli eco il ministro per lo Sviluppo economico, Corrado Passera, che in modo sottile ha risposto al partito degli scettici: “Speriamo di avere sorpreso quelli che pensavano che avremmo fatto solo una parte, siamo riusciti a fare quasi tutto. I capitoli principali del decreto sono l’agenda digitale e le start up. La gamma degli interventi tocca quasi tutti i ministeri”.

In queste pagine ci sembra interessante approfondire non tanto le misure prese dal Consiglio dei Ministri e gli aspetti puramente tecnici dell’Agenda, quanto la situazione che ne ha accompagnato la difficoltosa genesi. Agenda che va intesa, in ogni caso, come un punto di partenza per un cambiamento resosi inderogabile, e non come punto d’arrivo.

Con l’approvazione del decreto si è però piantato un paletto fondamentale, perché vengono recepiti nel nostro ordinamento i principi dell’Agenda Digitale Europea. L’Italia si dota cioè di uno strumento normativo che costituirà (o dovrebbe costituire) la leva per la crescita occupazionale, per una maggiore produttività e competitività, ma anche risparmio e coesione sociale, spinta strutturale per la realizzazione delle strategie e delle infrastrutture necessarie per l’innovazione tecnologica dell’intero Paese.

Questi, almeno, gli intenti. Lo stato di attuazione dell’Agenda verrà verificato ogni anno attraverso una relazione aggiornata che il Governo presenterà al Parlamento: la speranza è che tale misura non rimanga una professione di buone intenzioni.

L’impatto sul Pil e sul deficit

Sul principio di fondo erano e sono tutti d’accordo: la digitalizzazione del “sistema Paese” è un elemento vitale e necessario per dare luogo a una ripresa economica sistemica e duratura. L’intento di smaterializzare le procedure della Pubblica Amministrazione, incentivare l’utilizzo della Rete per le attività commerciali, supportare la nascita e lo sviluppo di start up e dotare l’Italia intera di un’infrastruttura a banda larghissima è comune e trasversale a schieramenti politici e associazioni di categoria.

Del resto come essere contrari a uno scenario (descritto da una ricerca della School of Management-Politecnico di Milano) che vedrebbe il Paese in grado di ridurre il deficit pubblico di 19 miliardi di euro entro il 2013, abbassando il rapporto deficit/Pil dal 3,9% all’1,5% e stimolando al contempo una crescita del prodotto interno lordo tra lo 0,69% e l’1,30%, se le misure dell’Agenda Digitale venissero adottate in toto? Perché allora il Governo ha rimandato in più circostanze la votazione del decreto, prevista inizialmente a giugno? I bene informati hanno ipotizzato e registrato ragioni legate alla mancanza di fondi per le copertura delle spese e a pratiche ostruzionistiche mosse dalla Pa per evitare il crollo di uno status quo che garantisce potere e risorse.

Il semplice fatto che i contorni della cifra da finanziare in ragione degli obiettivi posti dalla Cabina di regia dell’Agenda Digitale – che richiedono interventi da un minimo di 400 milioni di euro a un massimo di 2,5 miliardi – siano tutt’ora labili è di per sé un fatto poco incoraggiante. Ci si fermerà, ipotesi probabile, a quota 330 milioni? Rimane in sostanza la sensazione di una (colpevole) approssimazione, imputabile non tanto a giochi di potere (comunque possibili) quanto a questioni di priorità. Difficilmente equilibrabili da chi deve tirare le fila di misure, per forza di cose impattanti, in seno ai diversi Ministeri.