La videosorveglianza è certo un potente strumento di sicurezza e di controllo sociale, ma per Amazon è anche fonte di polemiche. Negli Stati Uniti stanno piovendo critiche su Amazon Ring, un servizio così chiamato da Ring, società di videocitofoni smart, acquisita dal colosso dell’e-commerce e del cloud l’anno scorso per un miliardo di dollari. Ora non solo Amazon vende i prodotti a marchio Ring sulla propria piattaforma di commercio elettronico, ma propone anche un servizio di videosorveglianza in abbonamento mensile per il monitoraggio da remoto di abitazioni e uffici. Attraverso un’app è possibile controllare ciò che passa davanti alla lente del videocitofono, allertando all’occorrenza le forze dell'ordine in caso di tentativi di intrusione. Le stazioni di polizia partner del progetto quindi hanno accesso al continuo flusso video che passa davanti ai dispositivi Ring.

 

Proprio qui sta il problema, almeno secondo The Monitoring Association, un’associazione no-profit che aggrega produttori e operatori del mercato dei sistemi di monitoraggio. Dunque anche - vale la pena notarlo - aziende concorrenti di Ring, che vendono videocitofoni o sistemi d’allarme più tradizionali. 

A detta dell’associazione, Amazon Ring è ben poco trasparente, dal momento che non è dato sapere quante e quali forze dell’ordine attualmente figurino tra i partner del servizio: l’azienda di Seattle non ha mai risposto alla domanda. In ogni caso, online c’è chi si è preso la briga di creare una (presunta) mappa delle stazioni di polizia aderenti al progetto, conteggiandone più di duecento.

 

Le contestazioni di  The Monitoring Association potrebbero anche essere derubricate per via dell’evidente conflitto di interessi, se non fosse che rappresentanti del mondo accademico (come Andrew Ferguson, professore di legge della University of the District of Columbia) e altre realtà no-profit (come il New America’s Open Technology Institute) hanno avanzato altre critiche. Una riguarda la privacy: è accettabile che l’immagine di un privato cittadino, che passa davanti all’occhio di un videocitofono camminando su una strada pubblica, venga trasmessa alle forze dell’ordine, per poter essere non solo vista, ma analizzata e archiviata? E che succedere se il riconoscimento facciale sbaglia, spingendo ad accusare persone innocenti? Come si scongiura il rischio di discriminazioni basate sull’etnia?

 

La videosorveglianza aveva già causato qualche problema alla società di Jeff Bezos l’anno scorso sempre negli Stati Uniti. Un’associazione di tutela dei diritti dei cittadini aveva contestato l’uso ben poco politically correct del riconoscimento facciale abbinato alla videosorveglianza in progetti pilota delle forze di polizia di Orlando e della contea di Washington. Entrambe impiegavano Rekognition, un servizio cloud di riconoscimento dei volti che Amazon propone fin dal 2016 in forma di Api, a beneficio degli sviluppatori interessati a impiegarlo per applicazioni di videosorveglianza, analisi delle immagini, filtro automatico dei contenuti e altro ancora. 

 

 

Gli utilizzi possibili sono molti e più che leciti, ma da uno scambio di email tra polizotti (svelato dall’associazione) era emersa l’intenzione di sfruttare questa tecnologia per pedinare specifici individui o gruppi, o per catalogare le persone in base all’etnia. Per la American Civil Liberties Union, queste finalità d’uso violano diversi diritti civili e alimentano pregiudizi e discriminazioni. Senza addentrarci in una discussione molto complessa, basti dire che le polemiche hanno dissuaso le forze dell’ordine statunitensi dall’avviare altre sperimentazioni, anzi la polizia di Orlando qualche settimane fa ha per la seconda volta interrotto un progetto pilota basato su Rekognition.