L’ormai abusata espressione “nuova normalità”, la normalità post-coronavirus, ha una certa ragione di essere: il mondo del lavoro e delle imprese è stato costretto a riorganizzarsi per continuare a funzionare anche durante i lockdown e con le restrizioni necessarie per evitare i contagi. Smart working e commercio elettronico hanno fatto irruzione, necessariamente, anche in quelle aziende che fino a ieri non se ne erano mai interessate. 

 

Ma quali cambiamenti saranno davvero destinati a restare? Su quali investimenti tecnologici si focalizzeranno le aziende nei prossimi anni? Hanno provato a rispondere alla domanda gli analisti di Idc, con una serie di previsioni tecnologiche di “nuova normalità” per il 2021 e per un futuro di medio raggio. E va detto, innanzitutto, che dalla pandemia i fornitori di tecnologia informatica sono emersi rafforzati, in molti casi, perché le infrastrutture di rete, l’hardware, le applicazioni e i servizi necessari per lavorare da remoto in modo semplice e sicuro sono diventati più necessari che mai. “Nel complesso”, scrive il presidente di Idc, Crawford Del Prete, “per la spesa in Ict è atteso un tasso di crescita aggregata annua del 5% da qui al 2024”. Si partirà però da un 2020 in cui a fine anno  la spesa totale in Ict, probabilmente, risulterà inferiore dell’1% a quella del 2019.

 

“La pandemia”, spiega Meredith Whalen, chief research officer di Idc, “ha creato nelle aziende la necessità di incrementare gli investimenti tecnologici e accelerare la tabella di marcia della trasformazione digitale. Ciò che osserviamo è che molte delle iniziative avviate per mitigare l’impatto economico del covid-19 sono diventate un requisito stabile del percorso verso un futuro di successo per le aziende nell’economia digitale”.

 

Creare una “uguaglianza digitale”

Prima della pandemia, le aziende in media permettevano di usufruire dello smart working solo al 14% della forza lavoro. La percentuale è schizzata al 45% nel periodo dei lockdown e almeno una parte di questi lavoratori continueranno a operare in questo modo anche in futuro: affinché tutto funzioni al meglio sarà necessario che i dipendenti abbiano gli stessi strumenti di connettività e produttività a disposizione sia che si trovino  in sede sia che lavorino da casa. 

 

Idc prevede che entro il 2023 i tre quarti delle aziende G2000 (una lista compilata da Forbes delle 2.000 aziende più ricche tra quelle quotate in Borsa) si impegneranno a garantire una “uguaglianza digitale” a una forza lavoro “ibrida”, impegnata un po’ in sede e un po’ in smart working. Da qui alla fine del 2022, inoltre, le imprese G2000 spenderanno 2 miliardi di dollari in soluzioni desktop o workspace “as a service”.

 

 

Rispondere alle nuove esigenze dei clienti

Una recente indagine di Idc svela che il 47,6% dei consumatori statunitensi è fortemente preoccupata per la propria salute in relazione al virus del covid-19. Questa paura diffusa ha spinto molte aziende a creare nuove esperienze di acquisto e di consumo “contactless”, per esempio nella consegna degli ordini degli e-commerce. Si andrà avanti su questa strada e le imprese faranno investimenti per sviluppare interfacce utente e sistemi di automazione basati su comandi vocali, applicazioni mobile e procedure self-service.

 

Secondo gli analisti, alla fine del 2023 il 75% degli ordini in e-commerce saranno ritirati in negozi o a bordo strada, e a tal fine gli operatori aumenteranno di oltre un terzo i loro  investimenti in logistica “di vicinato”, per dotarsi di nuovi magazzini di piccole dimensioni con maggior copertura territoriale.

 

Accelerare le iniziative di automazione

Le aziende sempre più adotteranno procedure basate sull’automazione IT, cioè sulla robotica, sulla robotic process automation (Rpa) e sull’intelligenza artificiale. Entro i prossimi due anni, secondo Idc, il 45% dei lavori ripetitivi e a scarso valore aggiunto sarà gestito con l’automazione, totalmente o in parte. I robot e i sistemi di intelligenza artificiale potranno sostituire o affiancare il personale. 

 

L’impatto del covid-19

La pandemia di coronavirus ha avuto impatti diversi a seconda del settore di mercato: in ambiti come la salute, l’alberghiero, il retail il rapporto con il cliente è cambiato necessariamente. Ma anche molte piccole e medie imprese hanno affrontato una obbligata trasformazione. Qualche esempio? In ambito sanitario la spesa in tecnologie di telemedicina crescerà del 70% da qui alla fine del 2023. Fra alberghi e strutture ricettive,  l’85% metterà a disposizione dei clienti tecnologie self-service già l’anno prossimo. 

 

 

 

 

Il 30% dei ristoranti che attualmente si appoggiano a piattaforme esterne per la consegna a domicilio (come Glovo, Deliveroo o Just Eat) decideranno di gestire internamente queste operazioni, così da tagliare i costi di commissione. Gli operatori del retail, invece, cercheranno di aumentare e diversificare le opzioni di pagamento contactless offerte ai clienti, tant’è che per la fine del 2023 l’85% ne proporrà almeno due. Quanto alle piccole e medie imprese, lo scenario dipinto da Idc è fosco per alcune e brillante per altre: già nel 2021 almeno il 30% delle Pmi è destinato a fallire a causa della concorrenza di una nuova ondata di microimprese. Queste ultime, formate da una manciata di dipendenti ciascuna, otterranno successo sapendo sfruttare al meglio le piattaforme digitali.