Chi voglia fare pubblicità politica su Facebook dovrà avere un nome e cognome. Sul social network, oggi ancora scombussolato dallo scandalo dei dati di Cambridge Analytica, si espandono le misure di lotta alla disinformazione e alla manipolazione sleale dell'opinione pubblica. Lo scorso autunno la piattaforma aveva modificato una delle sue regole: adesso chi voglia acquistare spazi di advertising per sponsorizzare un partito o un candidato in relazione a una campagna elettorale deve necessariamente identificarsi, fornendo a Facebook documenti che attestino la propria identità e residenza fisica.

Ora, alla luce del caso Cambridge Analytica ma ancor più per evitare un secondo Russiagate, questa regola è stata estesa anche alle inserzioni di natura non strettamente elettorale ma che abbiano a che fare con questioni politiche. Chi paga per questi spazi dovrà dimostrare la propria identità e collocazione geografica, con tanto di documenti, indirizzi di posta elettronica e codici di accesso (inviati da Facebook via email) da validare.

Ma non è tutto: con graduale rollout e partendo come sempre dagli Stati Uniti, dalle prossime settimane in poi gli utenti cominceranno a visualizzare su questa tipologia di inserzioni, in alto a sinistra, una “etichetta” che ne chiarisce la natura di pubblicità a sfondo politico (Political Ad). Cliccandovi sopra, si potrà anche risalire agli autori dell'inserzione sponsorizzata.

La trasparenza è dunque la prima arma sfoderata dal social network per recuperare credibilità agli occhi degli internauti e contrastare il dilagare della disinformazione politica. Altri due strumenti sono gli algoritmi di intelligenza artificiale e l'opera umana di verifica dei contenuti e delle segnalazioni degli utenti. Per scoprire potenziali violazioni dei termini d'uso Facebook usa “una combinazione di intelligenza artificiale e report di persone che identificano post, immagini e altri contenuti potenzialmente non in regola con i nostri Community Standards”, ha spiegato Monika Bickert, vice president Global Product Management della società di Menlo Park. “Questi report vengono esaminati dal nostro gruppo di Community Operations, al lavoro 24 ore al giorno e sette giorni su sette in 40 lingue. Attualmente abbiamo 7.500 revisori di contenuti, un numero superiore del 40% a quello di un anno fa”.

 

C'è nudità e nudità, ma l'intelligenza artificiale non sempre sa distinguere. Per questo chi riceve segnalazioni sui propri post (non più visibili) può chiedere a Facebook una revisione.

 

 

I collaboratori dunque sono in crescita, così come cresce la quantità di materiale censurato in seguito a verifiche. La lotta al terrorismo online si sta intensificando: come annunciato dall'azienda, 1,9 milioni di contenuti legati all'estremismo islaimico dell'Isis e di al-Qaeda sono stati cancellati (in maggioranza) o hanno ricevuto da Facebook un “avviso” nei soli primi tre mesi dell'anno, e il numero è quasi raddoppiato rispetto al trimestre precedente. Attenzione, sottolinea l'azienda: si intende per terrorismo non solo quello islamico, sottolinea la società, ma qualsiasi messaggio fomentatore di violenza, odio e intimidazione che faccia leva su una religione o su una ideologia. Grazie ai software di riconoscimento automatico delle immagini, il tempo medio necessario per scoprire e rimuovere contenuti di questo genere è sceso sotto i sessanta secondi, ma il risultato è anche frutto dell'allargamento del team dei revisori "antiterroristi", passato da 150 a 200 persone negli ultimi dieci mesi.

Altro impiego degli algoritimi di riconoscimento immagini è nella scoperta di messaggi truffaldini di vario tipo. Nel Regno Unito il giornalista finanziario e imprenditore Martin Lewis (fondatore del sito MoneySavingExpert.com) ha fatto causa a Facebook per via di alcuni messaggi pubblicitari che impropriamente utilizzavano il suo nome e la sua faccia senza averne diritto, per dare credibilità ai prodotti e servizi sponsorizzati. Stufo di dover costantemente scovare e segnalare uno a uno i casi di “scippo” di identità, Lewis chiede al social network di migliorare la propria capacità di riconscere truffe di questo genere e di farlo attraverso il risconoscimento facciale. Una tecnologia che scatena naturali timori di violazione della privacy, ma che potrebbe essere usata per proteggere gli utenti dalle comunicazioni fraudolente. “Sono gli esperti del riconoscimento facciale e quindi dovrebbero essere in grado di riconoscere chi li paga”, ha detto il giornalista ai microfoni della Bbc.