Sono giorni neri, nerissimi per Toshiba. La parola “fallimento” aleggia come uno spettro nei corridoi del conglomerato giapponese che, dopo aver rinviato per ben due volte la pubblicazione dei bilanci, si è ora visto negare da PricewaterhouseCoopers l’ok sull’attendibilità dei conti. Perché i documenti sono stati effettivamente depositati, e riportano perdite stratosferiche pari a 4,5 miliardi di euro soltanto per i primi nove mesi dell’anno fiscale 2016 (chiusi il 31 marzo), ma sembra che nessuna società di revisione voglia metterci il proprio bollino sopra. Anche perché si stima che il rosso complessivo dell’esercizio possa raggiungere quota 8,6 miliardi, consolidando quella che è a tutti gli effetti una voragine spaventosa.

E potenzialmente letale, al punto che i dirigenti di Toshiba hanno dovuto ammettere che “la continuità aziendale è a rischio”. La tempesta perfetta che sta funestando il gruppo nipponico origina da diversi fattori, ma il più importante è sicuramente il fallimento della controllata statunitense Westinghouse, attiva nel nucleare.

La società a stelle e strisce a fine marzo si è ufficialmente posta sotto la tutela del Chapter 11, che consente di entrare in regime di amministrazione controllata. Acquisita nel 2006, Westinghouse ha generato nel tempo perdite sempre più pesanti ed è stata costretta a interrompere una serie di progetti in vari Paesi, tra cui India e Regno Unito. Operazioni sbagliate una gestione poco accorta fecero scoppiare addirittura uno scandalo finanziario abbattutosi su Toshiba nel 2015, portando diversi executive a chiedere pubblicamente scusa e a ritirarsi.

Il conglomerato giapponese, attivo in mercati come l’informatica e l’elettromedicale, ha dovuto obbligatoriamente pubblicare i conti perché rischiava l’estromissione dalla Borsa di Tokyo. Oggi le sue azioni valgono circa un quinto di quanto valevano nel 2007. Ma non è detta l’ultima parola e a salvare Toshiba potrebbe essere l’orgoglio del Paese del Sol Levante.

 

La statunitense Westinghouse è entrata in amministrazione controllata

 

Foxconn, colosso taiwanese dell’elettronica, sta infatti cercando di approfittare della situazione e, forte della debolezza dell’azienda nipponica, si è fatta avanti per acquisire la divisione chip offrendo 27 miliardi di dollari. Una proposta allettante e nettamente superiore a quelle messe sul piatto dai competitor, ma che il governo di Tokyo guarda con sospetto.

Il timore dei giapponesi è che, cedendo a Foxconn asset preziosi dal punto di vista tecnologico, si possa indirettamente favorire Pechino. È quindi sul tavolo l’ipotesi di una possibile cordata di salvataggio composta da investitori pubblici e privati locali, oltre a qualche partner finanziario statunitense, con l’obiettivo di non far uscire dal Paese componenti visti come strategici per la sicurezza nazionale. Ma, come si è visto, il tempo stringe.