C’è una discrepanza sempre più netta tra competenze possedute dai talenti Ict italiani e quelle richieste dal mercato. Un gap che mette a rischio le opportunità lavorative nel settore. È quanto rileva la ricerca Professional e-competence survey effettuata dal Cepis (Council of European Professional Informatics Societies, un’organizzazione non-profit composta da 36 associazioni nazionali che rappresentano più di 300mila professionisti informatici provenienti da 33 paesi di tutta Europa) e presentata in occasione dell’ultimo congresso nazionale Aica (l’Associazione Italiana per l’informatica ed il Calcolo Automatico) al Politecnico di Torino.
Secondo lo studio i professionisti ICT italiani non hanno elevati livelli di formazione post secondaria e per il lavoro seguono percorsi formativi che non sono sempre ben ‘calibrati’ sull’Ict. Molto spesso inoltre il loro percorso di carriera non coincide con le loro competenze.
Il 25% dei partecipanti alla ricerca si definisce come It Manager ma solo il 2% degli stessi risulta avere le competenze previste dall’European e-competence framework relative al ruolo. Una distanza dai requisiti considerati necessari dall’ Ue che si manifesta anche per molti alti profili, per esempio quelli di Project Manager e IT Administrator.
L'European e-competence framework è nel dettaglio un quadro di riferimento di 32 competenze ICT che possono essere utilizzate e comprese da differenti soggetti: utenti ICT, imprese, settore pubblico ed educativo e partner sociali in tutta Europa. Il progetto è stato sviluppato all'interno del Workshop CEN sulle competenze ICT
Quelli di cui sopra sono elementi che rendono i talenti nostrani più esposti al cambiamento rispetto alla media dei colleghi europei: la ricerca di un lavoro più soddisfacente coinvolge i talenti italiani con una percentuale del 20% più alta rispetto ai loro colleghi europei. Un gap che va colmato. Così come quello relativo alla presenza di donne professioniste nel settore che è inferiore alla media europea: le donne che lavorano nell’Ict in Italia sono solo l’8% contro una media Ue del 16%. Per dare anche qualche dato positivo va detto che la ricerca rileva buone competenze dei lavoratori Ict italiani nelle cinque aree (Plan, build, Run, Enable, Manager) dell’European e-competence framework.
Rimane la scarsa o addirittura la non coincidenza tra le competenze possedute ed il profilo di carriera. Per questo – sottolinea la ricerca - servono percorsi di formazione adeguati e specifici, orientati in modo di non ampliare il divario. Occorre dare vita a un piano di valorizzazione dei talenti nostrani, elemento fondamentale perchè le nuove tecnologie smart possano dispiegare al meglio le proprie potenzialità. Occorrono investimenti nella formazione Ict che va impostata ‘ad hoc’ indirizzandola soprattutto alle tecnologie con approccio smart e verso aree, quali energia, mobilità, salute dove la stessa tecnologia è in grado di portare grandi vantaggi.
Il tutto mettendo in primo piano la persona perchè, come ha ricordato Rodolfo Zich presidente di Aica ‘’le comunità intelligenti vivono dell’interazione fra ricerca, industria, istituzioni e soprattutto, vivono delle competenze e della creatività degli individui che danno vita a soluzioni innovative. ‘’Oggi occorre dare priorità allo sviluppo delle nuove competenze professionali necessarie per gli smart jobs del futuro, un futuro che è già molto vicino’’.
A cura di Sindacatonetworkers.it