31/05/2012 di Redazione

Social media e privacy: giro di vite dalle aziende

Secondo Gartner, meno del 10% delle imprese monitora oggi l’attività dei propri dipendenti su Facebook, YouTube, LinkedIn e piattaforme analoghe per ragioni di sicurezza, ma la percentuale salirà al 60% entro tre anni. Si alza l'attenzione alla tutela del

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Arma a doppio taglio dentro le pareti dell’ufficio, i social media preoccupano le aziende ma allo stesso tempo offrono nuove opportunità di controllo sulle attività extra-lavorative dei dipendenti: secondo Gartner, nei prossimi anni il monitoraggio di Facebook, Twitter, LinkedIn, YouTube e affini diventerà una questione sempre più delicata e allo stesso tempo strategica. Dall’attuale 10% di compagnie attive nel controllare i profili e le bacheche dei lavoratori per ragioni di sicurezza e privacy, la percentuale salirà al 60% entro il 2015.

Oggi solo il 10% delle aziende controlla i profili social dei dipendenti per ragioni di sicurezza e privacy


La questione, come si diceva, ha una doppia faccia. Da un lato le aziende temono le piattaforme social come fonte di distrazione o, peggio, come luogo dove i dipendenti possono incautamente pubblicare immagini o dati che la compagnia preferirebbe mantenere privati. Dall’altro, però, profili, like e post sono una miniera di informazioni (spesso ufficiose, e dunque particolarmente succulente) tanto per i recruiter quanto per dirigenti, manager e team leader ansiosi di poter valutare meglio i propri collaboratori.

Se dunque, oggigiorno, solo una compagnia su dieci dichiara di interessarsi all’attività 2.0 dei propri lavoratori per tenere sotto controllo eventuali fughe di informazioni, rivolgersi ai social per ragioni di marketing o di brand management è ormai una pratica diffusa. Ed è in crescita, non senza polemiche e con casi recenti rimbalzati sui media, l’attitudine a voler forzare la mano, pretendendo addirittura di ottenere dai propri assunti o candidati a posizioni di lavoro le password per accedere ai loro profili.

“Nuove tecnologie e servizi – scrive nel report Andrew Walls, research vice president di Gartner – permettono un crescente monitoraggio dei dipendenti, ma le società dovranno gestire in modo più attento le questioni etiche e legali connesse a questo monitoraggio”.

Vero è, ammette il ricercatore, che in molti casi il controllo è giustificato da ragioni di sicurezza, per esempio nel caso vengano postati video non autorizzati che mostrano le attività di una compagnia. In altre circostanze, però, “l’accesso alle informazioni dei dipendenti può generare dei problemi, come nel caso in cui un manager voglia esaminare un profilo Facebook per capire gli orientamenti religiosi o sessuali di un dipendente, in violazione delle norme sulla pari opportunità e sulla privacy”.

E i comportamenti sanzionabili – e sanzionati – riguardano anche la diffusa abitudine allo sfogo verbale sui social network, e le conseguenti azioni intraprese dalle aziende ferite sul vivo. Recentemente la U.S. National Labor Relations Board, un organismo che si occupa di difesa dei diritti dei lavoratori, ha denunciato come illegali 14 casi di licenziamenti seguiti a “lamentele online” dei dipendenti, ma anche a semplici discussioni fra utenti circa le condizioni di assunzione delle aziende coinvolte.

Secondo Gartner, andrà gradualmente scemando la pratica delle richieste di password dei candidati a nuovi posti di lavoro, ma i commenti e le opinioni espresse dai dipendenti o aspiranti tali sui social media continueranno a essere monitorati attentamente.

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