15/09/2011 di Redazione

Google fa il pieno di brevetti, comprandoli da IBM

Google ha ufficializzato l'acquisto di 1.023 brevetti da IBM. Ignoto il contenuto del pacchetto dei patent e i costi dell'operazione ma l'obiettivo è chiaro: tutelare meglio l'ecosistema Android e spalleggiare i produttori di smartphone e tablet bersaglia

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Google ha acquistato 1.023 brevetti da IBM per poter tutelare al meglio l'ecosistema Android nelle cause legali attualmente in corso e future. Il passaggio di proprietà del corposo pacchetto di brevetti è stato registrato allo USPTO (US Patent and Trademark) il 17 agosto, quindi due giorni dopo l'acquisizione di Motobola Mobility e dei suoi 17mila brevetti.

L'acquisto dei patent di IBM è stato ufficialmente confermato anche da Jim Prosser, portavoce dell'azienda di Mountain View, che però non ha fornito dettagli sull'aspetto finanziario della transazione. A questo punto sembra evidente che, nonostante le spiegazioni di circostanza di Eric Schmidt, Google stia cercando di fare incetta di proprietà intellettuali per poter da una parte tutelare al meglio il suo sistema operativo, dall'altra fare "prestiti" ai produttori citati in giudizio affinché escano vincitori dai tribunali.

Google ha acquistao 1.023 brevetti da IBM per difendere Android e spalleggiare i suoi partner contro Apple

Eric Schmidt aveva provato a giustificare l'acquisizione di Motorola dicendo che non era stata decisa per i brevetti, ma per i prodotti dell'azienda e la possibilità di beneficiare del marchio Motorola per la produzione degli smartphone. In realtà nella terza settimana di agosto Google si è portata in casa più di 18 mila brevetti. Finora non è stato possibile stabilire con certezza assoluta quanti dei patent acquisiti da Motorola possano effettivamente essere utili ai fini della difesa di Android, mentre per quelli di IBM la situazione è ancora più fosca, dato che non si conosce nemmeno il contenuto del pacchetto acquisito.

Google ha già fatto uso in minima parte dell'eredità di Motorola: il primo settembre è stato ratificato il passaggio di quattro brevetti Motorola, tre Openwave e due Palm (quelle delle ultime due aziende sono stati acquisiti negli ultimi 12 mesi) ad HTC, che li userà per difendersi contro Apple nella causa avviata da Cupertino.

Del resto quello del prestito di brevetti (si suppone che verranno restituiti alla fine del procedimento legale) è l'unico modo che ha Google per sostenere i suoi partner, assiduamente bersagliati da Apple con una serie ormai infinita di denunce per violazione di proprietà intellettuali. Apple ha evidentemente il dente avvelenato con Android, dato che le sue denunce sembrano rivolte solo verso dispositivi con questo ecosistema, ma è altrettanto palese che non intende impegnarsi in uno scontro diretto.

A dimostrazione di questa tesi non ufficiale c'è il fatto che l'azienda di Cupertino ha chiesto la sospensione di alcuni procedimenti legali che aveva avviato contro Motorola prima che questa diventasse di proprietà di Google, facendo appello a un cavillo legale. Secondo gli avvocati di Cupertino, infatti, "Motorola ha ceduto il controllo dei diritti più elementari relativi ai suoi brevetti, pertanto senza un consenso di Google non può agire in giudizio per violazione dei suoi brevetti, procedere con le vertenze in corso (compreso questo caso), concedere in licenza le sue proprietà intellettuali salvo in circostanze limitate relative alla vendita di prodotti di Motorola, cedere i propri diritti sui suoi brevetti, e / o sottoscrivere accordi extragiudiziari con chi ha presumibilmente violato i suoi brevetti".

Anziché chiedere che Google desse il suo assenso a procedere (che sarebbe equivalso a un invito a scendere in campo) Apple ha preferito aggirare l'ostacolo e mettere in standby le vertenze legali. Se questa tesi fosse confermata la posizione di Apple sarebbe chiarita: attaccare i partner per colpire Google. La strada intrapresa da Google sarebbe altrettanto palese: spalleggiare i partner per fermare Apple. A cosa porterà questa guerra fredda sarà poi tutto da vedere.


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