Il cloud è green e dimezzerà le emissioni di Co2

di Elena Re Garbagnati
pubblicato martedì 8 novembre 2011

Il rapporto Carbon Disclosure Project condotto su 300 fra le più grandi aziende IT di Inghilterra e Francia ha rivelato che l'adozione del computing a nuvola potrebbe portare a una riduzione del 50% delle emissioni di carbonio entro il 2020. Cui si aggiungeranno i tagli alle spese in forniture hardware e per l'energia. Il movimento open source, però, lancia un allarme.

Il cloud computing potrebbe ridurre della metà le emissioni di carbonio. In particolare, le grandi aziende informatiche di Regno Unito e Francia potrebbero tagliare le loro emissioni del 50% entro il 2020 se migreranno le loro operazioni di archiviazione dei dati nel cloud.

Lo ha rilevato il rapporto Carbon Disclosure Project, che ha fatto una proiezione dei vantaggi che potrebbero derivare dall'uso dei servizi cloud da parte delle aziende che fanno parte dell'Open Data Center Alliance, un gruppo di oltre 300 aziende attive nel settore tecnologiche dei due Paesi.

I data center faranno risparmiare miliardi di dollari con la riduzione dei costi per hardware ed energia

Il rapporto certifica anche come le grandi organizzazioni siano ansiose di salire a bordo della nuvola, tanto che l'uso dei servizi cloud potrebbe triplicare nei prossimi due anni. Le interviste condotte dagli autori dello studio hanno messo in luce che sono soprattutto le aziende IT nel Regno Unito ad avere accelerato i piani per l'adozione del cloud, la cui penetrazione passerà dall'attuale 10% a quasi il 70% entro il 2020. 

Il vantaggio diretto, fa notare lo studio consiste nella possibilità di poter sviluppare risparmi calcolabili in miliardi di dollari dovuti all'acquisto di meno componenti hardware, al posto dei quali saranno sfruttati server remoti nei data center per memorizzare, gestire e processare i dati. A questo saving si dovrebbe aggiungere una riduzione del consumo energetico annuo stimabile in 1,39 miliardi di euro e l'abbattimento di emissioni di carbonio per una quantità pari a quelle genearata da oltre 4 milioni di automobili. Per la Francia le cifre in gioco sono inferiori in quanto la fornitura di energia elettrica deriva in gran parte dalle centrali nucleari .

Il dato forse più interessante è quello che riguarda le motivazioni che hanno spinto le aziende a buttarsi nel cloud: non sono tanto il congruo risparmio di denaro o la contrazione dei consumi energetici, quando la possibilità di sfruttare le maggiori risorse remote per iniziare a fare attività che finora non erano state portate avanti per la necessità di infrastrutture più potenti e costose da comprare. 

Per questo motivo Paolo Stemmler di Citigroup ha spiegato che "la riduzione delle emissioni inquinanti è fra le motivazioni, ma non è il motivo primario. Il driver principale del passaggio al cloud è il time to market. Se normalmente servono 45 giorni per ottenere nuovi server, nelle infrastrutture cloud bastano un paio di minuti".

E' questo il motivo per il quale il cloud computing è stato presentato come una panacea per i problemi delle imprese, anche se i detrattori non mancano e fanno un lungo elenco delle controindicazioni, fra cui la possibile mancanza di tutela della privacy, l'assenza di garanzie sulla sicurezza dei dati nel passaggio dalla Rete locale al data center.

In più, i sostenitori dell'open source sostengono che questo nuovo sistema di gestione dei dati blinderà gli utenti nei sistemi proprietari e favorirà i grandi monopoli. Di questo avviso è anche Richard Stallman, fondatore di Free Software Foundation e creatore del sistema operativo del computer GNU, ha pubblicamente definito il cloud come una "trappola".


 
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