Gli attacchi informatici nel 2026 mostrano segnali contrastanti. Secondo il nuovo studio realizzato da Eset, basato sui dati raccolti dalla loro “telemetria globale” (ovvero dai loro prodotti installati in giro per il mondo), il volume complessivo delle minacce informatiche è diminuito del 13%. Ma in cybersecurity, ormai, conta molto più la qualità che la quantità e questo numero nasconde un andamento delle minacce che è tutt’altro che rassicurante.
Un calo complessivo che non deve trarre in inganno
Tra dicembre 2025 e maggio 2026, periodo preso in considerazione dal "Threat Report H1 2026" di Eset crescono rapidamente gli attacchi Web, il ransomware, le minacce contro macOS e le tecniche che sfruttano intelligenza artificiale, QR code e strumenti progettati per disattivare le difese endpoint. La flessione, invece, ha interessato diverse categorie tradizionali: le minacce Android sono scese del 15%, quelle legate alle criptovalute del 17%, gli infostealer del 26% e le minacce trasmesse via email del 10%. Ancora più marcata, pari al 33%, è stata la diminuzione dello spam.
La riduzione dei volumi non corrisponde, però, a un alleggerimento del rischio. Le minacce si stanno spostando verso tecniche più selettive, verso attacchi difficili da riconoscere e capaci di sfruttare la fiducia degli utenti nei servizi digitali. Il dato più evidente riguarda gli URL unici bloccati, aumentati del 172% in sei mesi. Anche il numero complessivo dei blocchi delle minacce Web è cresciuto del 32%. E aumentano le minacce “innovative”. Una delle tendenze più interessanti del report, infatti, riguarda le cosiddette AI skill, piccoli componenti che insegnano agli agenti di intelligenza artificiale come interagire con servizi, file, applicazioni e sistemi esterni.
Le skill malevole per l'AI si moltiplicano a ritmi forsennati
Tra marzo e maggio 2026, il numero di skill uniche esaminate dai sistemi di Eset è passato da circa 60mila a quasi 900mila, moltiplicandosi quindi per 15 in appena tre mesi. Nello stesso periodo le skill considerate sospette sono cresciute da circa 10mila a più di 25mila, un incremento del 150%, mentre quelle bloccate come esplicitamente malevole sono quintuplicate, salendo da circa 600 a oltre 3.000. Tra le skill selezionate per un esame approfondito, l’84% era in grado di eseguire comandi senza che l’azione fosse avviata direttamente dall’utente. Il 39% verificava la presenza di file nel sistema, il 31% scaricava strumenti di terze parti e un altro 31% utilizzava offuscamento o tecniche poco trasparenti. Nel 6% dei casi venivano caricate credenziali dal sistema, mentre il 4% iniettava codice all’interno di script.
Queste funzioni non sono necessariamente malevole se considerate singolarmente. Il rischio aumenta quando vengono combinate con la possibilità di modificare file, eseguire codice, accedere a credenziali o effettuare acquisti: operazioni che oggi può svolgere anche l'intelligenza artificiale. Rispetto a un chatbot tradizionale, infatti, un agente AI può spedire email, usare API, effettuare pagamenti o intervenire sui sistemi aziendali. Una skill compromessa può quindi trasformarsi in una forma di attacco alla supply chain dell’intelligenza artificiale.
ClickFix raddoppia e si traveste da assistente AI
La crescita più evidente tra le tecniche di social engineering riguarda ClickFix ovvero l’attacco in cui si presenta alla vittima un falso errore e le propone una procedura apparentemente semplice per risolverlo fingendosi un addetto del servizio clienti. Le rilevazioni ESET associate a questa tecnica sono aumentate del 108% rispetto al semestre precedente.
La novità non è tanto il meccanismo di base, quanto la sua capacità di adattarsi. Dai falsi CAPTCHA si è passati a schermate che simulano problemi del browser, documenti bloccati, errori di servizi cloud e pagine di assistenza generate dall’AI. Queste ultime varianti, definite AI-fix, sfruttano domini e ambienti riconducibili a strumenti popolari come Claude, ChatGPT o Copilot per rendere più credibili le istruzioni malevole. In Giappone è stato rilevato il 14% degli attacchi ClickFix mondiali, seguito dalla Slovacchia (dove il dato potrebbe essere falsato dal fatto che è la patria di ESET e quindi sono particolarmente diffusi) con il 7%. Francia, Spagna e Perù hanno registrato ciascuno una quota superiore al 5%.
La variante ConsentFix aumenta la portata della minaccia: il suo bersaglio non sono direttamente username e password, ma il codice di autorizzazione OAuth. Se la vittima ha già una sessione aperta, l’attacco può completarsi senza richiedere nuovamente la password e senza generare la consueta notifica di autenticazione multifattore.
Il phishing passa attraverso i QR code
Anche il quishing, ossia il phishing veicolato mediante QR code, ha raggiunto livelli record. Secondo i dati citati nel report, Microsoft ha osservato nel primo trimestre del 2026 una crescita del 146% su base trimestrale che ha reso il quishing il vettore di attacco via email con il maggiore tasso di espansione. Nella telemetria Eset, circa l’11% di tutte le email di phishing rilevate nel semestre conteneva un QR code. La media è stata di circa 100.000 rilevazioni al mese, con un picco in aprile. Gli Stati Uniti hanno concentrato il 19% delle rilevazioni, davanti alla Spagna con il 17%, al Messico con il 6% e al Regno Unito con il 5%. Italia, Polonia, Canada e Repubblica Ceca si sono attestate ciascuna intorno al 3%.
L’efficacia del quishing deriva da un doppio passaggio. Il link malevolo è nascosto dentro un’immagine e può quindi sfuggire ai controlli testuali dell’email; la scansione trasferisce poi l’attacco dal computer aziendale a uno smartphone personale che potrebbe non avere gli stessi sistemi di protezione. Il QR code consente così di aggirare contemporaneamente una parte dei controlli tecnici e delle abitudini di prudenza sviluppate dagli utenti.
Il primo malware Android che usa l’AI durante l’attacco
Il report documenta anche PromptSpy, considerato il primo malware Android conosciuto capace di utilizzare un modello generativo durante la propria esecuzione. PromptSpy invia a Google Gemini una descrizione dell’interfaccia del dispositivo insieme a un file XML contenente testo, tipologia e posizione degli elementi visualizzati. Il modello restituisce istruzioni in formato JSON che permettono al malware di decidere dove effettuare tocchi e trascinamenti. Questo approccio elimina parte della dipendenza da coordinate e procedure scritte per uno specifico dispositivo o per una determinata versione di Android. Il malware può intercettare il PIN o la password della schermata di blocco, acquisire screenshot, registrare video, raccogliere l’elenco delle applicazioni installate e offrire agli attaccanti il controllo remoto tramite VNC. Può inoltre ostacolare la disinstallazione sovrapponendo aree invisibili ai pulsanti di arresto e rimozione.
La diffusione appare per ora estremamente limitata: Eset ha registrato una sola rilevazione, avvenuta il 22 febbraio 2026 in Ucraina. Il dato ridimensiona l’allarme immediato, ma il caso dimostra come l’AI possa rendere un malware più adattabile a dispositivi e interfacce differenti.
macOS cresce del 38% ma il ransomware paga sempre meno
In controtendenza rispetto ad Android e al dato generale, le rilevazioni relative a macOS sono aumentate del 38%. La famiglia più presente è OSX/Mackeeper, con il 16,4% delle rilevazioni, mentre OSX/PSW.Agent, associata al furto di password e informazioni, rappresenta il 9,1%. Il confronto con il calo del 15% delle minacce Android è significativo. Non indica necessariamente che macOS sia diventato più rischioso in termini assoluti, perché le dimensioni delle rispettive basi installate e della telemetria sono differenti. Conferma però che l’ecosistema Apple sta ricevendo maggiore attenzione da parte degli attaccanti e non può più essere considerato marginale nelle strategie di endpoint security aziendali.
Le rilevazioni ransomware sono aumentate del 7%, mentre il numero di attacchi rivendicati dai gruppi criminali è cresciuto del 50%. Parallelamente, però, diminuisce la percentuale delle vittime disposte a pagare. Secondo Chainalysis, nel 2025 ha ceduto alla richiesta soltanto il 28% delle vittime, il livello più basso mai registrato. Coveware aveva indicato un minimo ancora inferiore, pari al 23%, mentre i dati di Coalition mostrano che l’86% dei soggetti colpiti ha rifiutato il pagamento.
Il paradosso è che, mentre diminuisce il numero di vittime paganti, aumenta l’importo richiesto a quelle che accettano. Il riscatto mediano è cresciuto del 368% in un anno, arrivando a quasi 60.000 dollari. I pagamenti complessivi attribuiti al ransomware hanno raggiunto gli 820 milioni di dollari, l’8% in meno rispetto all’anno precedente, ma il valore finale potrebbe avvicinarsi o superare i 900 milioni con l’attribuzione tardiva di ulteriori transazioni.
Oltre cento strumenti per spegnere gli EDR, ma le vecchie vulnerabilità non tramontano mai
Una evoluzione interessante dello scenario si vede nel fatto che l’utilizzo degli EDR killer, strumenti progettati per terminare, bloccare o rendere cieco il software di sicurezza prima dell’avvio della cifratura è diventato molto più diffuso. Eset ne ha censiti oltre 100 utilizzati in attacchi reali. Inoltre, più di 60 strumenti sfruttano la tecnica "Bring Your Own Vulnerable Driver", abusando di oltre 40 driver differenti. Nuove varianti compaiono con una frequenza quasi settimanale. Gli attaccanti possono inoltre distribuire più EDR killer durante lo stesso attacco, provando differenti strumenti fino a trovare quello capace di neutralizzare le difese presenti.
Il 38,4% dei vettori di intrusione esterna osservati sui clienti unici è rappresentato dai tentativi di indovinare le password. Seguono la vulnerabilità Log4Shell del 2021 con il 13,3%, la falla di Apache Struts del 2017 con l’8,5%, la vulnerabilità React CVE-2025-55182 con l’8,4% e la CVE-2024-4577 di PHP con il 7,3%. Il confronto mostra che le vulnerabilità più recenti non sostituiscono quelle precedenti. Si aggiungono a una base di sistemi non aggiornati che continua a offrire opportunità: una vulnerabilità del 2017 rappresenta ancora quasi la stessa quota di una falla resa pubblica nel 2025. Anche i tentativi di accesso ai servizi esposti mostrano andamenti diversi. Gli attacchi contro RDP sono diminuiti del 3% e quelli contro SQL dell’1%, mentre i tentativi contro SMB sono aumentati del 20%.
Il dato complessivo del -13% non descrive quindi una riduzione uniforme della pressione cyber. Gli attaccanti stanno privilegiando vettori capaci di attraversare le normali separazioni tra posta elettronica, browser, cloud, smartphone e strumenti di intelligenza artificiale. Il confronto tra il calo dello spam del 33% e la crescita degli URL unici bloccati del 172% sintetizza bene questa evoluzione: meno rumore indistinto, ma una maggiore varietà di destinazioni, infrastrutture e tecniche. Per Cio e Ciso diventa necessario osservare non soltanto il numero degli incidenti, ma anche la velocità con cui cambiano i punti di ingresso, le identità digitali coinvolte e le piattaforme utilizzate dagli utenti.