24/08/2026 di Giancarlo Calzetta

La VR non sfonda e Apple licenza per puntare sugli smartglass

Apple avrebbe tagliato almeno 60 posti nel team legato a Vision. Un nuovo segnale delle difficoltà della realtà virtuale, mentre cresce l’interesse per gli smart glasses AI.

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Il mercato della realtà virtuale continua a cercare il suo momento di svolta, ma neanche  l’ingresso di Apple sembra essere riuscito a trasformare visori e spatial computing in una categoria realmente di massa. I segnali di sofferenza da parte dell’azienda di Cupertino sono stati numerosi già dopo poche settimane dal lancio del Vision Pro, ma adesso sembra proprio che la dirigenza sia molto prossima a gettare la spugna. Secondo molte voci del mercato, infatti, Apple ha licenziato almeno 60 dipendenti legati alle attività Vrtutte appartenenti all’Apple Vision Group o a funzioni strettamente collegate.

Non c’è stata una conferma ufficiale dei tagli, ma è chiaro che l’attenzione dell’azienda si stia spostando verso dispositivi indossabili più leggeri con particolare riferimento agli smart glasses che incorporano l’intelligenza artificiale.

Vision Pro non ha creato l’“effetto iPhone”

Quando Apple presentò Vision Pro, la speranza di molti era che potesse verificarsi qualcosa di simile a quanto accaduto con smartphone, tablet e smartwatch. Le premesse per rendere comprensibile e desiderabile un oggetto tecnologico che esisteva già da anni ma che non era ancora riuscita a conquistare il grande pubblico c’erano tutte tranne una: il prezzo. Il costo eccessivo ha minato il successo del prodotto nonostante la cura profusa in design e interfaccia utente.

Il problema, ovviamente, non riguarda esclusivamente Apple. I tagli ai settori VR hanno colpito duramente anche Meta che ha investito enormi risorse nel settore, Sony che ha portato la VR nel mondo PlayStation e numerosi altri produttori. Ma si sperava che l’ingresso di Apple imprimesse la giusta spinta al settore che, invece, è rimasto di nicchia. Gli Oculus 3 di Meta hanno venduto milioni di esemplari, ma sono pur sempre una goccia nell’oceano del potenziale pubblico e la maggior parte del problema risiede nella tecnologia ancora acerba che non permette di creare visori di qualità di dimensioni ridotte. Steam sembra essere sul punto di lanciare un suo visore, ma si prevede che sarà indirizzato principalmente ai videogiochi anche se le sue caratteristiche lo renderebbero adatto a un uso più allargato.

Dagli headset agli occhiali AI, un salto rischioso

“Archiviata” o quasi la VR, secondo le indiscrezioni da qualche tempo, Apple starebbe aumentando gli investimenti negli smart glasses che sfruttano in maniera intensa l’intelligenza artificiale. Il primo modello sarebbe atteso per una presentazione alla WWDC 2027 e dovrebbero arrivare sul mercato nello stesso anno. La differenza rispetto a Vision Pro sarebbe sostanziale: gli occhiali non dovrebbero inizialmente disporre di un vero display AR, ma utilizzare fotocamere, Siri e Visual Intelligence per comprendere ciò che circonda l’utente e fornire servizi contestuali. Un approccio molto meno invasivo “all’Augmente Human”, ma non privo di criticità. Le polemiche sulla privacy che stanno pian piano montando attorno ai Mega Smartglasses potrebbero creare un’ondata di complicazioni per questo tipo di prodotto, fin troppo facile da usare per violare leggi sulla privacy, sul copyright e così via. C’è da sottolineare, però, che l’intelligenza artificiale generativa sta creando una nuova ragione per indossare un dispositivo sul volto. Per anni l’industria ha cercato di convincere gli utenti a indossare un headset per entrare in un mondo digitale. L’AI propone quasi il contrario: mantenere l’utente nel mondo reale e utilizzare fotocamere, microfoni e modelli multimodali per permettere alla macchina di vedere e comprendere ciò che vede la persona. È una differenza commercialmente enorme: nel primo caso, l’utente deve adattarsi al dispositivo; nel secondo è il dispositivo che cerca di inserirsi nella vita dell’utente. La sfida si sposta così dalla capacità di creare ambienti virtuali sempre più realistici alla possibilità di avere un assistente AI sempre disponibile e consapevole del contesto.

La realtà virtuale è quindi un fallimento?

A parte il fatto che, se lo fosse, sarebbe l’ennesimo dal momento che questo settore vive da decenni ondato di entusiasmo e di raffreddamento, il Vision Pro non può essere considerato un completo fallimento semplicemente sulla base di una riorganizzazione o di alcune decine di licenziamenti. Apple stessa continua a sostenere visionOS e indica applicazioni enterprise e medicali come aree nelle quali lo spatial computing sta trovando utilizzi concreti. Lo stesso dispositivo di Meta ha una solida base di utilizzatori che col tempo potrebbe crescere. Molto dipende da quanto le aziende sono disposte a investire per tenere viva e far crescere l’ecosistema di sviluppo.  La realtà virtuale e lo spatial computing sembrano avere trovato nicchie professionali di grande valore, dalla progettazione alla medicina, dalla formazione alle simulazioni industriali. Quello che manca è il passaggio dalla nicchia al mercato di massa e un passaggio graduale tramite dispositivi smart, come gli occhiali, potrebbe tener caldo il ferro da battere in attesa che la tecnologia migliori e si riesca a rendere meno pesanti e scomodi i visori VR.

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