(Immagine generata con AI)
Le paure di un’intelligenza artificiale distruttiva, che in futuro potrà addirittura causare l’estinzione dell’umanità, potranno davvero rallentare lo sviluppo di una tecnologia attorno a cui ruotano immensi interessi economici e politici, senza contare guerre e cyberspionaggio? Una domanda da un milione di dollari (anzi, in realtà da migliaia di miliardi, se pensiamo al potenziale giro d’affari futuro dell’AI), a cui è difficile rispondere su due piedi. Ma iniziano a vedersi segnali di crescenti cautele anche nelle aziende protagoniste di questo mercato, tra cui OpenAI e Anthropic.
Il dibattito sui rischi dell’intelligenza artificiale non nasce oggi, essendosi sviluppato negli ultimi anni in parallelo allo sviluppo di Large Language Model e agenti AI sempre più evoluti. Negli ultimissimi mesi se ne è parlato di più, e con maggiore pragmatismo, in seguito agli episodi di hackeraggio e attacco informatico realizzati da modelli e sistemi agentici di OpenAI, Anthropic e Meta (con la sensazione che di questi e altri fattacci sia emersa solo la punta dell'iceberg). In questo mese di settembre, poi, il tema è balzato in prima pagina con le dichiarazioni di Jacob Coxon, ventisettenne ricercatore esperto di intelligenza artificiale, con alle spalle tre anni di lavoro in OpenAI e qualche mese in Anthropic.
Azienda da lui abbandonata perché, stando ai tweet pubblicati su X dal ricercatore, sia Anthropic sia OpenAI starebbero “giocando con le nostre vite”. Coxon si è detto onestamente convinto che l’intelligenza artificiale “potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio”, quando l’evoluzione tecnologica avrà prodotto sistemi totalmente autonomi e capaci di automigliorarsi. Dichiarazioni sensazionalistiche o sensate? Possiamo notare che le affermazioni di Coxon hanno ottenuto il supporto di altri addetti ai lavori.
“Crediamo davvero, e sinceramente, che l'AI possa uccidere tutti gli esseri umani! Personalmente ritengo che la probabilità sia superiore al 10% nel prossimo decennio”, ha scritto su X Evan Hubinger, giovane ex collega di Coxon e da quasi quattro anni manager dello staff tecnico di Anthropic. "A titolo personale, anche io penso che dobbiamo rallentare", ha twittato Julie Steele, giovane ricercatrice e membro dello staff tecnico di OpenAI.
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Anthropic e OpenAI scelgono la moderazione
Giovani con manie di protagonismo o soltanto più coraggiosi di altri nel denunciare il lato oscuro dell’intelligenza artificiale? In realtà anche i vertici di OpenAI e Anthropic hanno ammesso i rischi all’orizzonte con pubbliche dichiarazioni. Sul suo blog personale, Dario Amodei ha pubblicato un appello alla moderazione in cui l’intelligenza artificiale viene dipinta come salvifica e non senza una certa retorica (“Credo che l'AI potrebbe curare la maggior parte delle principali malattie nei prossimi cinque o dieci anni anni, accelerare notevolmente i tassi di crescita economica, creare un mondo di abbondanza e di maggiore autonomia per le persone, e inaugurare un rinascimento della democrazia e della libertà”, si legge) ma in cui si invoca una maggiore prudenza di quella adottata finora.
Se Anthropic si è sempre impegnata a studiare i rischi legati all’AI, a informare l’opinione pubblica e a promuovere una “regolamentazione ponderata della tecnologia”, scrive Amodei, ora alla luce degli incidenti di quest’estate è chiaro che tutto questo non sia sufficiente. “Negli ultimi mesi mi sono convinto che affrontare appieno i rischi richieda ancora più prudenza: non basta investire nella prevenzione dei rischi, occorre anche modulare la velocità di sviluppo delle capacità, affinché la prevenzione abbia il tempo di stare al passo. Dobbiamo rallentare il ritmo con cui potenziamo le capacità dei modelli AI”, si legge nel blogpost.
Non è irragionevole pensare che Amodei stia cercando di posizionarsi come figura autorevole e responsabile in vista della prossima quotazione in Borsa di Anthropic. Secondo le indiscrezioni di “una persona informata sui fatti”, citata da Business Insider, l’offerta pubblica iniziale sarà effettivamente presentata entro la fine dell’anno e l’azienda avrebbe scelto di quotarsi al Nasdaq. Anthropic non ha comunicato pubblicamente una valutazione target, ma indiscrezioni di Reuters e del Financial Times riportano un’attesa intorno ai 2.000 miliardi di dollari, superiore al record di 1.770 miliardi di dollari fissato da SpaceX lo scorso giugno.
Le tempistiche rallentano, invece, per OpenAI. “Concordo con Dario sul fatto che dobbiamo dosare il ritmo di avanzamento della frontiera", ha twittato Sam Altman in risposta alle dichiarazioni di Amodei. "È stato uno dei temi principali delle discussioni che abbiamo avuto in OpenAI nelle ultime settimane".
Da qui, o forse da considerazioni di opportunità più raffinate, la scelta di rimandare l’IPO. “Ritengo che, alla luce di tutto ciò che sta accadendo sul fronte della sicurezza, questo non sia il momento opportuno per quotarsi in borsa. Non avvertiamo alcuna pressione in tal senso", ha dichiarato Sam Altman alla rivista economica Fortune. “Che la percentuale sia del 10%, dell’8% o del 6%, il punto fondamentale è che tutti noi abbiamo un'enorme responsabilità e non possiamo permettere che ego, incentivi al profitto o altri fattori ostacolino il nostro operato”.
Il robot umanoide Atlas, destinato a compiti di forza e di precisione (Immagine: Boston Dynamics)
Nessuna fretta per Boston Dynamics
Tra le più attese quotazioni in Borsa nel campo dell’AI, anche se di altro tipo, c’è anche quella di Boston Dynamics. La società di robotica appartenente a Hyundai Motor difficilmente debutterà con una IPO quest’anno, secondo indiscrezioni riferite da Reuters.
In questo caso il sentiment popolare sull’AI e sui suoi rischi c'entra poco: le ragioni sarebbero di natura tecnologica ed economica. Atlas, il robot umanoide elettrico che rappresenta il modello di punta di Boston Dynamics, non è ancora un prodotto venduto su larga scala né economicamente profittevole. La quotazione, dunque, potrebbe farsi attendere ancora per qualche anno.