21/07/2026 di Giancarlo Calzetta

Rubrik: il 98% delle aziende ha subito incidenti causati da agenti AI

La ricerca svolta da Economist Enterprise e Rubrik rivela che il 98% delle aziende ha subito incidenti legati agli agenti AI. Mancano visibilità, recovery e governance.

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L'adozione degli agenti AI nelle imprese non è omogenea, ma secondo l’ultima ricerca condotta da Economist Enterprise, procede a un ritmo tale da superare la capacità delle organizzazioni di governarli. Guardando ai risultati esposti in "Power without control: Rethinking cybersecurity for the age of agentic AI", ricerca realizzata nell'ambito dell'iniziativa Tech Frontiers e supportata da Rubrik, c’è un risultato che salta all’cchio: il 98% delle organizzazioni intervistate ha già subito almeno un incidente significativo legato agli agenti AI, mentre nove aziende su dieci ritengono inevitabile che episodi simili si ripetano, indipendentemente dalle misure di sicurezza adottate.

L'indagine, condotta su oltre 800 decision maker distribuiti in nove Paesi, tra cui anche l'Italia, coinvolge esclusivamente aziende che utilizzano già agenti AI in ambienti di produzione e mette in evidenza come la cybersecurity stia entrando in una nuova fase, nella quale il problema non è più impedire qualsiasi incidente, ma essere in grado di contenerlo e recuperare rapidamente.

Gli agenti AI corrono più veloci della governance

Uno dei dati più significativi riguarda la velocità con cui le organizzazioni stanno implementando sistemi autonomi. Il 90% dei manager ammette che gli agenti AI vengono distribuiti più rapidamente di quanto i team di sicurezza riescano a valutarli e governarli. La pressione competitiva, infatti, spinge le aziende ad accelerare l'adozione dell'AI agentica per migliorare produttività, automazione e capacità decisionali. Tuttavia, secondo lo studio, questa corsa rischia di lasciare scoperti aspetti fondamentali come il monitoraggio delle attività svolte dagli agenti, il controllo degli accessi e la gestione delle anomalie. Non sorprende quindi che l'88% degli intervistati ritenga che gli agenti introducano categorie di rischio completamente nuove, che gli strumenti di sicurezza tradizionali non sono stati progettati per affrontare.

Inoltre, c’è da considerare che l'impatto di un incidente provocato da un agente AI va ben oltre l'infrastruttura informatica. Le aziende indicano come principali conseguenze le sanzioni normative, le interruzioni della supply chain, la perdita di fatturato e il danno reputazionale, confermando come il rischio agentico sia ormai una questione di business continuity e non soltanto di cybersecurity. In altre parole, gli agenti AI stanno diventando parte integrante dei processi aziendali e un loro malfunzionamento può propagarsi rapidamente fino a coinvolgere clienti, partner e processi produttivi.

Due aziende su tre non sanno realmente cosa stanno facendo i propri agenti

Il dato probabilmente più preoccupante riguarda la visibilità. La ricerca evidenzia infatti che due terzi delle organizzazioni non dispongono di una piena osservabilità delle attività svolte dagli agenti AI. Questo significa che, in molti casi, le aziende non sono in grado di ricostruire con precisione le operazioni effettuate dagli agenti, individuare tempestivamente comportamenti anomali o interrompere rapidamente azioni indesiderate.

Il risultato è una capacità di risposta fortemente limitata proprio nel momento in cui gli incidenti si sviluppano con tempistiche sempre più vicine alla velocità delle macchine. Come osserva Kavitha Mariappan, Chief Transformation Officer di Rubrik, molte organizzazioni non sono in grado di spiegare cosa abbiano fatto i propri agenti pochi minuti prima dell'incidente.

Recovery ancora troppo immaturo e quindi si investe in prevenzione

Lo studio mette in luce anche un forte divario tra la percezione di essere preparati e la reale capacità operativa. Il 95% delle aziende dichiara di avere obiettivi relativi ai tempi di recovery, ma quasi la metà di questi risulta definita in maniera informale o poco strutturata. Ancora più significativo è il fatto che solo il 30% delle organizzazioni dispone di procedure robuste e realmente testate per annullare le azioni dannose compiute dagli agenti AI.

Inoltre, il 43% ammette che i propri processi di recovery non coprono tutti gli agenti o tutte le tipologie di incidente, lasciando scoperta una parte rilevante dell'infrastruttura. Anche il coinvolgimento del top management appare limitato. Solo un'organizzazione su quattro presenta regolarmente al Consiglio di Amministrazione indicatori relativi alle capacità di cyber recovery, rendendo difficile prendere decisioni informate sugli investimenti nell'intelligenza artificiale.

Nonostante il numero elevatissimo di incidenti registrati, la distribuzione dei budget continua a privilegiare la prevenzione. Secondo la ricerca, il 55% della spesa cybersecurity è ancora destinato alle attività preventive, mentre solo il 45% viene dedicato a risposta, ripristino e recovery. Un rapporto che, secondo gli intervistati, dovrebbe rimanere sostanzialmente invariato almeno fino al 2030. Per Vaibhav Sahgal, Principal of Technology di Economist Enterprise e responsabile della ricerca, questo approccio non è più sufficiente. Nell'era dell'AI agentica la disruption deve essere considerata inevitabile e le organizzazioni dovrebbero concentrarsi sempre di più sulla capacità di limitarne gli effetti e ripristinare rapidamente l'operatività.

Tre priorità per la resilienza nell'era degli agenti AI

Secondo lo studio, le organizzazioni più resilienti condividono tre caratteristiche fondamentali. La prima è una osservabilità completa degli agenti AI, indispensabile per comprendere quali dati utilizzano, quali decisioni prendono e quali azioni eseguono.

La seconda consiste nella capacità di contenere rapidamente gli incidenti, con strumenti che consentano di bloccare o annullare automaticamente comportamenti dannosi prima che si propaghino nell'organizzazione.

La terza riguarda test periodici delle procedure di recovery. Una procedura molto meno diffusa di quanto non sia lecito aspettarsi. Pur avendo definito configurazioni minime di continuità operativa, infatti, meno della metà delle aziende che lo hanno fatto verifica regolarmente la propria capacità di ripristino, lasciando che i piani restino teorici fino al momento dell'emergenza. E tutti noi sappiamo quanto cattiva sia questa abitudine fin troppo condivisa…

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