L’acquisizione è cosa fatta. Ha speso 34 miliardi di dollari per comprare Red Hat, cifra record nel mondo del software, ma ora Ibm è non solo un’azienda più grande e più completa: è un’azienda ancora più proiettata verso il cloud, oltre che verso l’open source. Red Hat negli anni ha costruito la propria reputazione attraverso una distribuzione proprietaria del sistema operativo Linux  (Red Hat Enterprise Linux, lanciato sul mercato nel 2002) ma anche attraverso la piattaforma per l’orchestrazione dei container OpenShift.

 

Dopo l’approvazione dell’antitrust europeo, arrivata a fine giugno, le ultime pratiche burocratiche sono state evase e adesso, davvero, l’acquisizione si chiude e una nuova era si apre per Ibm. E anche per Red Hat, dato che - assicura l’ufficio stampa del compratore - “Red Hat conserva indipendenza e neutralità, rafforzando le partnership esistenti per dare ai clienti libertà, scelta e flessibilità. L'impegno di Red Hat verso l'open source, quindi, rimane invariato”. La strategia, l’offerta e i contratti commerciali in corso, quindi, non subiranno scossoni, così come saranno portate avanti le attuali partnership con aziende (potenzialmente concorrenti di Ibm) come Amazon Web Services, Microsoft Azure, Google Cloud e Alibaba.  Grandi colossi, dai quali non conviene isolarsi con muri o barriere, né tecnologiche né commerciali. 

 

Il mondo aperto della “macedonia di cloud”

Il famigerato “vendor lock-in” non soltanto è la negazione della filosofia open source (di cui Red Hat si fa vanto) ma cozza con lo scenario di mercato oggi riassunto nell’espressione multicloud, che altro non significa se non il ricorso a fornitori differenti per servizi differenti, scelti in base alle necessità, alle peculiarità e ai prezzi. Piuttosto, si andrà verso la creazione di un’unica offerta composita, che certo darà a Ibm nuove possibilità di vendita di soluzioni per ambienti di cloud ibrido. 

 

Il modello di architettura informatica “mista”, in cui risorse fisiche in sede e risorse cloud si affiancano e si integrano, è d’altra parte quello destinato a imporsi nel lungo periodo, come ormai risaputo. Il presidente e amministratore delegato di Ibm, Ginni Rometty, ha rimarcato che oggi le aziende “hanno bisogno di una tecnologia aperta e flessibile per gestire questi ambienti ibridi multicloud e, soprattutto, hanno bisogno di partner di cui potersi fidare per gestire e proteggere questi sistemi”.

 

Gli analisti concordano, o almeno concorda Idc. “Nei prossimi cinque anni, Idc si aspetta che le imprese investano massicciamente nei loro percorsi evolutivi verso il cloud e nell'innovazione che lo riguarda”,  ha dichiarato Frank Gens, senior vice president e chief analyst della società di ricerca. “Una parte consistente e crescente di questo investimento sarà destinata ad ambienti ibridi e multicloud aperti, che consentano loro di spostare applicazioni, dati e carichi di lavoro tra ambienti diversi”.

 

 

Jim Whitehurst, Ceo di Red Hat

 

 

L’intenzione di Big Blue, nelle parole dell’ufficio stampa, è quella di offrire insieme a Red Hat “una piattaforma ibrida multicloud di nuova generazione”, nella quale avranno un ruolo da protagonista  tecnologie open source, come Linux e Kubernetes. Ora che l’acquisizione è stata completata, Red Hat conserverà sia il quartiere di Raleigh, North Carolina, sia le attuali sedi secondarie. Continuerà, inoltre, a essere guidata da Jim Whitehurst, il dirigente che l’ha portata a diventare un’azienda da 3,4 miliardi di dollari di fatturato (nell’anno fiscale 2019) e in crescita del 15% anno su anno (2019 vs 2018). Whitehurst entra a far parte del “senior management team” di Ibm, riportando direttamente a Rometty.