Quando si dice, con una metafora fin troppo usata, che i dati sono il nuovo petrolio, si dimentica forse una dimensione importante, più importante ancora della capacità di produrre ricchezza: la salute, il benessere, l’aspettativa e la qualità della vita delle persone. In sintesi, tutti i valori che dovrebbero sostenere l’ambito della sanità. La trasformazione digitale sta travolgendo anche questo settore, ma diversi ostacoli impediscono di sfruttare pienamente il potere dei dati nell’assistenza medica, nelle procedure di diagnosi, nella gestione delle politiche sanitarie da parte della Pubblica Amministrazione e anche nelle prenotazioni delle prestazioni sanitarie. E il problema principale è forse l’assenza di una standardizzazione dei dati e delle piattaforme e, di conseguenza, l’assenza di una standardizzazione della user experience, paragonabile a quella che per esempio è stata realizzata nel retail, nei servizi bancari o in quelli di trasporto aereo.

“L’healthcare è sempre stato in ritardo”, sottolinea Michel Amous, managing director per la regione Emea di Intersystems, multinazionale statunitense (sede centrale a Cambridge, in Massachusetts) che è sul mercato dal 1978 con un’offerta di software e servizi gestiti per la sanità, le amministrazioni pubbliche e le grandi imprese. “Oggi la sanità deve passare dall’attrito alla fluidità dell’esperienza, e questa è una sfida in tutte le geografie”,
ha proseguito Amous. “Nei prossimi anni il machine learning fornirà agli operatori del settore e ai medici  migliori dati, incluse raccomandazioni e statistiche, per esempio sulle probabilità di rischio per singoli pazienti. Questo tipo di machine learning ha come requisiti la standardizzazione e l’unificazione dei dati. Questa è la sfida del settore sanitario: standardizzare e unificare i dati di diverse piattaforme”.


“La sanità da sempre ha a che fare con le informazioni”, sottolinea Cesare Guidorzi, country manager dell’area Italia e Malta di Intersystems, “ma storicamente siamo stati abituati a tenerle un po’ segregate, custodite dai medici di famiglia o dagli ospedali. L’utente finora è stato l’agente del workflow dei dati, colui che doveva trasportare le proprie informazioni mediche da una parte all’altra”. D’altra parte la pandemia è servita, anche in sanità, ad accelerare i processi di digitalizzazione, ma allo stesso tempo ha palesato la difficoltà di gestire una inaspettata mole di dati e di processi riguardanti contagi, ricoveri, tamponi, vaccini, Green Pass. Le piattaforme tecnologiche sottostanti sono segnate dalla mancanza di standardizzazione e di integrazione, perché spesso i software sono stati progettati da personale clinico e non da informatici, rispondendo al bisogno specifico di ciascuna Asl od ospedale. 


Come far comunicare tra loro i sistemi IT della sanità
“Con la pandemia ci siamo resi conto che qualcosa non ha funzionato”, rimarca Alessandra Mazzucco, associate partner healthcare market di Reply. “È successo perché l’interoperabilità dei dati sanitari è stata sviluppata secondo standard vecchi”. In pochi casi, infatti, i sistemi iT hanno adottato il più recente standard HL7 FHIR (Fast Healthcare Interoperability Resources), valido a livello internazionale e utile per lo scambio di cartelle cliniche elettroniche. Per consentire pienamente l’integrazione tra i sistemi sanitari differenti e lo scambio di dati, sono necessari quattro livelli di interoperabilità. C’è un livello di base, che è quello che negli ultimi due anni ha permesso di scaricare e condividere i certificati dei tamponi per il coronavirus. Sul secondo livello, partendo dal basso, c’è un’interoperabilità di tipo infrastrutturale, che viene messa in atto tramite gli standard come il citato HL7 FHIR. Affinché un paziente possa essere “riconosciuto” tra una struttura ospedaliera e l’altra, senza doversi preoccupare di portare con sé la propria documentazione, è necessaria una interoperabilità semantica. L’ultimo livello è quello dell’interoperabilità organizzativa, che permette l’accesso ubiquo ai dati e lo scambio tra strutture territoriali ed enti centralizzati. 


L’occasione del Pnrr per la trasformazione della sanità
Storicamente, in Italia appena l’1% della spesa sanitaria statale è stato destinato a migliorare la gestione e la circolazione delle informazioni. Ma i fondi del Pnrr ora potrebbero dare spinta a una trasformazione tesa a dare efficienza alle procedure e anche a migliorare la capacità di cura, grazie a una migliore condivisione dei dati e al machine learning. La missione 6, dedicata alla filiera della salute, prevede un investimento complessivo di 15,3 miliardi di euro, destinati a due macro aree di intervento: lo sviluppo di reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale; e l’innovazione e digitalizzazione del servizio sanitario nazionale.

Fondamentale, a tal fine, saranno l’evoluzione del Fse (Fascicolo Sanitario Elettronico) regionale, la creazione di un Fse nazionale e la creazione di un’anagrafica nazionale degli assistiti. Gli Fse “2.0” dovranno adottare standard comuni per l’espressione del consenso e per la gestione dei dati, così da essere interoperabili e consentire non solo lo scambio di documenti (per esempio, un referto) ma lo scambio di dati strutturati (singole informazioni sull’anagrafica o sulla storia clinica dei pazienti). Lo scenario organizzativo, e di conseguenza quello informatico, è complesso: la rete sanitaria italiana è composta da Asl e Asst (cioè aziende sanitarie locali e aziende socio sanitarie territoriali), ambulatori territoriali infermieristici e specialistici, unità operative di cura, unità complesse, centri diurni, consultori, strutture residenziali e semiresidenziali, a cui dovranno aggiungersi, secondo i progetti del Pnrr, le Case della Comunità e gli Ospedali della Comunità.

Durante la pandemia abbiamo visto la debolezza del sistema centrale e i difetti del modello regionale”, commenta Guidorzi. “Bisogna fare in modo che tutti i provider sanitari vedano gli stessi dati, con la stessa granularità. Il progetto è estremamente ambizioso, perché riguarda un’infrastruttura enorme”. Per gli Fse regionali 2.0 il Pnrr mette a disposizione 1,38 miliardi di euro (per la telemedicina c’è, invece, un miliardo di euro) e se dovessimo spendere queste risorse in giornate-uomo, sottolinea il country manager, questi soldi potrebbero non bastare. Inoltre non avremmo, forse, nemmeno abbastanza professionisti esperti in Italia per realizzare ex novo una soluzione. Intersystems, al contrario, può far leva su decenni di esperienza in fatto di piattaforme di gestione dei dati. Per la sanità l’approccio proposto si basa su prodotti già pronti all’uso e standardizzati, che vengono personalizzati e calati nello specifico contesto grazie all’intervento di un system integrator (in Italia, l’azienda collabora in particolare con Engineering, Gpi ed Healthy Reply).

Al centro dell’offerta c’è Iris for Health, piattaforma che comprende un database multi-modello per l’elaborazione transazionale (con supporto alle applicazioni real-time), un middleware di interoperabilità (per la gestione e lo scambio di dati tra diverse applicazioni), funzionalità di analytics integrabili con machine learning e con intelligenza artificiale (utili per l’analisi di dati clinici ma anche per il Crm, per le assicurazioni sanitarie o per la gestione dei contenziosi). La piattaforma supporta tutti gli standard per la gestione dei dati in sanità, incluso HL7 FHIR, e può essere installata in cloud pubblici o privati.

Progetti di interoperabilità avanzata sono già stati realizzati con tecnologia Intersystems nello Stato di New York, in scozia e nei Paesi Bassi, per  citare solo alcuni casi.“Nel mondo, circa la metà dei primi cento fornitori di servizi sanitari utilizzano Intersystems”, stima Amous, ricordando anche i clienti delle biotecnologie, come Roche, Siemens Healthineers, Biogen e Gsk. Nel nostro Paese le tecnologie di Intersystems veicolano i dati di 15 milioni di utenti e tra i clienti spiccano il Policlinico Gemelli di Roma, l’Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano e le Asl TO4 e TO5. Con Reply è stata realizzata per la Regione Lombardia una piattaforma regionale di integrazione che già permette lo scambio di documenti tra le strutture territoriali, ma ancora non consente lo scambio di dati strutturati. “In Lombardia siamo a metà percorso”, precisa Mazzucco. “I primi due livelli di interoperabilità sono già effettivi, per gli altri due stiamo lavorando, grazie alle risorse messe a disposizione dal Pnrr”.