27/07/2026 di Giancarlo Calzetta

AI: la lotta tra USA e Cina spacca la Silicon Valley

OpenAI e Anthropic chiedono limiti ai modelli AI open source cinesi, mentre Microsoft, Nvidia e Meta li difendono. Una battaglia che ridefinisce il futuro dell'intelligenza artificiale.

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Negli Stati Uniti si sta consumando una frattura sempre più evidente tra le principali aziende del settore su una domanda destinata a influenzare il futuro dell'AI: i modelli open source sviluppati in Cina devono rimanere liberamente accessibili oppure devono essere limitati per motivi di sicurezza nazionale? Il tema viene trattato dal NYT e lo scontro coinvolge alcuni dei nomi più importanti della Silicon Valley, rischiando di ridefinire non solo il mercato dell'AI, ma anche i rapporti geopolitici tra Stati Uniti e Cina, con conseguenze significative per aziende, sviluppatori e utilizzatori finali.

OpenAI e Anthropic contro il resto della Silicon Valley

Da una parte troviamo OpenAI e Anthropic, che sostengono la necessità di controllare con maggiore severità la diffusione dei modelli AI più avanzati, soprattutto quando provengono dalla Cina. Dall'altra si è invece formato un fronte molto ampio composto da Microsoft, Nvidia, Meta, IBM, Palantir e numerose startup, tutte schierate a favore della difesa dell'open source. La contrapposizione è diventata pubblica negli ultimi giorni attraverso una serie di dichiarazioni sui social e una lettera aperta firmata dai principali protagonisti del settore. Per una larga parte dell'industria tecnologica l'ecosistema AI ha bisogno sia di modelli proprietari sia di modelli aperti, considerati fondamentali per alimentare innovazione, ricerca e concorrenza.

Ovviamente, i motivi che si nascondono dietro questa divisione hanno poco di filosofico e molto di dettato dai modelli di business. Le aziende che spendono centinaia di miliardi per sviluppare modelli proprietari “di frontiera”, vogliono preservare il  valore dei propri investimenti, l’altra parte della barricata, “invece”, vuole esattamente la stessa cosa, ma il loro business è quello di fornire le infrastrutture per far girare l’IA, quindi più AI le aziende possono mettere in campo, maggiore sarà la richiesta di chip dedicati, potenza di calcolo in cloud e così via. Le conseguenze per il mercato sono diverse a seconda di chi prevarrà: da una parte un mercato dominato da pochi grandi laboratori proprietari, dall'altra un ecosistema più aperto nel quale anche startup e università possano costruire nuovi servizi partendo da modelli condivisi.

La crescita cinese cambia gli equilibri

A rendere il confronto particolarmente acceso è la rapidissima evoluzione dell'AI cinese. Negli ultimi mesi startup come Z.ai e Moonshot AI hanno presentato modelli open source che, secondo numerosi benchmark, iniziano ad avvicinarsi alle prestazioni offerte dai laboratori americani. Dopo l'effetto sorpresa provocato da DeepSeek, il mercato ha iniziato a prendere atto che la distanza tecnologica tra Stati Uniti e Cina si sta riducendo molto più rapidamente del previsto.

L'approccio scelto da Pechino punta apertamente sull'open source come leva competitiva. Rendere pubblici i modelli consente infatti di attirare sviluppatori, raccogliere contributi dalla comunità e accelerare l'evoluzione tecnologica, oltre a conquistare quote di mercato grazie a costi sensibilmente inferiori rispetto alle alternative commerciali americane. Per OpenAI e Anthropic questo scenario rappresenta una minaccia diretta al proprio vantaggio competitivo, costruito negli ultimi anni attraverso investimenti miliardari, ma soprattutto una potenziale riduzione degli investimenti che possono compiere per migliorare i loro prodotti: ogni dollaro che va nelle tasche cinesi è un dollaro in meno che va nelle tasche dei grandi modelli americani e, di conseguenza, nella ricerca e sviluppo.

Il nodo della proprietà intellettuale

Il punto più delicato della vicenda riguarda le accuse di distillazione dei modelli. Secondo OpenAI e Anthropic, alcune aziende cinesi avrebbero addestrato i propri sistemi sfruttando impropriamente gli output dei modelli americani, replicandone parte delle capacità senza sostenere gli enormi costi necessari per sviluppare una frontier AI. Le due società definiscono questa pratica una forma di furto di proprietà intellettuale e stanno cercando di convincere l'amministrazione statunitense a introdurre regole più severe, comprese valutazioni obbligatorie di sicurezza per alcuni modelli e possibili limitazioni alla diffusione delle tecnologie cinesi.

L'argomento ha trovato ascolto anche a Washington, dove il dibattito non riguarda soltanto il diritto d'autore, ma viene sempre più inquadrato come un tema di sicurezza nazionale e di tutela del vantaggio tecnologico americano. Si potrebbe addirittura fare delle similitudini su come il tema dell’AI assomigli a quello del petrolio: una risorsa preziosa della quale gli USA cercano il controllo. C’è, però, una differenza importante: i Paesi che estraggono petrolio sono per lo più meno potenti militarmente degli USA, stavolta l’avversario è la Cina.

Perché Microsoft e Nvidia difendono l'open source

Leggendo della posizione di Microsoft e Nvidia, qualcuno potrebbe esser rimasto sorpreso dalla loro posizione, ma a ben guardare la loro reazione è molto logica. Entrambe le aziende traggono enormi benefici dalla diffusione dei modelli aperti. Microsoft aumenta il consumo dei propri servizi cloud indipendentemente dal modello utilizzato dai clienti, mentre Nvidia continua a vendere GPU sempre più potenti a laboratori, startup e aziende che sviluppano modelli open source.

Più cresce l'ecosistema AI, maggiore diventa infatti la domanda di infrastrutture hardware e cloud. Anche molte startup vedono nell'open source una condizione indispensabile per evitare che il mercato venga controllato esclusivamente da pochi operatori dominanti. Limitare l'accesso ai modelli aperti significherebbe, secondo i critici, rafforzare ulteriormente la posizione competitiva di OpenAI e Anthropic e si torna alla dimensione geopolitica. L'amministrazione Trump starebbe valutando diverse opzioni per affrontare il fenomeno, evitando almeno per il momento un divieto generalizzato sui modelli open source cinesi. L'orientamento sembrerebbe piuttosto quello di valutare caso per caso, distinguendo le tecnologie considerate un rischio per la sicurezza nazionale (che ricordiamo non  essere una minaccia di natura militare). Nel frattempo, quasi 200 startup riunite nella Little Tech Association hanno chiesto ufficialmente alla Casa Bianca di non limitare l'accesso ai modelli open source provenienti dalla Cina, sostenendo che tali restrizioni finirebbero per penalizzare soprattutto l'innovazione americana.

Il caso Hugging Face alimenta il dibattito

A rendere ancora più acceso lo scontro è arrivata anche una scintilla che ha fatto molto discutere: l’accidentale violazione di Hugging Face da parte di OpenAI. Durante alcuni test di sicurezza, infatti, OpenAI ha dichiarato che alcuni propri modelli sperimentali sono riusciti a ottenere accesso a Internet e ad attaccare i server della piattaforma Hugging Face, uno dei principali punti di riferimento mondiali per l'AI open source. Per OpenAI l'episodio dimostrerebbe quanto possano diventare pericolosi i modelli di nuova generazione e rafforzerebbe la necessità di introdurre controlli normativi più stringenti. La replica di Hugging Face è stata però quasi simbolica: il CEO Clement Delangue ha spiegato di aver utilizzato proprio un modello open source sviluppato dalla cinese Z.ai per contrastare l'attacco, rilanciando così il valore dell'ecosistema aperto e organizzando una manifestazione pubblica a favore dell'open source.

Chi vincerà questa strana sfida tra il tecnologico e il politico?

Difficile a dirsi oggi. Di sicuro, si tratta di una disputa che va molto oltre la semplice rivalità tra colossi tecnologici come ai tempi di Microsoft e Oracle o di Microsoft e Netscape o di Microsoft… insomma ci siamo capiti. Le decisioni che verranno prese nei prossimi mesi potrebbero incidere sulla disponibilità dei modelli, sui costi delle soluzioni AI, sulla possibilità di sviluppare applicazioni proprietarie partendo da modelli aperti e persino sulle strategie di sovranità digitale dei diversi Paesi.

Secondo me, lo scenario più probabile al momento è quello di un mercato basato su di un modello ibrido nel quale convivranno sistemi proprietari ad alte prestazioni e modelli open source sempre più competitivi. La vera partita non sarà soltanto tecnologica, ma riguarderà il controllo della proprietà intellettuale, delle infrastrutture e degli ecosistemi di sviluppo. L’aspetto geopolitico oggi è troppo importante perché si possano generare simil monopoli come nel passato (o almeno speriamo che sia così) e la Cina farà tutto il possibile per rallentare (con mezzi più o meno ortodossi) la crescita degli USA in questo settore. E non dimentichiamo che il colosso asiatico non si limita a ostacolare la controparte occidentale per pura gloria, ma che punta a diventare lei stessa la guida suprema del settore, con eventuali conseguenze comparabili per impatto a quelle dell’accentramento in atto oggi.

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