03/09/2026 di Valentina Bernocco

Data center: una corsa per l'infrastruttura in cui non ci si può fermare

Pwc prefigura cicli di investimento che si rinnovano ogni sei anni, per un totale di 31.600 miliardi di dollari (nello scenario intermedio) da qui al 2050. L’energia è il vero punto critico.

Per costruire e aggiornare data center da qui al 2050 spenderemo 31.600 miliardi di dollari, miliardo più, miliardo meno: è la nuova previsione di Pwc, riassunta nel “Global Data Centre Outlook” realizzato con il supporto di Oxford Economics. Interessanti, più dei numeri, sono le spiegazioni fornite sul perché questo mercato (che è un insieme di mercati, in realtà) più di altri costringerà a spese capex continue e incrementali, con una curva degli investimenti che differisce da quella di altre grandi rivoluzioni tecnologiche precedenti a quella dell’intelligenza artificiale, quali la costruzione del sistema ferroviario o l’avvento di Internet.

Per l’evoluzione dei data center esiste quella che potremmo chiamare, con un’espressione un po’ forte, come “schiavitù della sostituzione”: per server, semiconduttori, sistemi di storage, di networking e altri apparati IT che sostengono le elaborazioni (in particolare quelle di intelligenza artificiale) si prospettano cicli di sostituzione della durata di sei anni. Interromperli o stiracchiarli significa, sostanzialmente, fermare o rallentare la macchina. In questo gli investimenti in data center si discostano da altril, precedenti, cicli di investimento in infrastrutture ed è facile prevedere già oggi, pur con qualche margine di incertezza, che i numeri continueranno a crescere per altri 25 anni almeno. Un elemento distintivo dell’era dell’AI è anche il fatto che la spesa in data center aumenterà di anno in anno (al netto dell’inflazione), passando dai circa 800 miliardi di dollari del 2026 ai 1.100 miliardi previsti per il 2030, ai 1.800 miliardi di dollari del 2050.

L’abbiamo chiamata  “schiavitù della sostituzione” ma Pwc usa una metafora altrettanto forte scrivendo che il data center è sostanzialmente “un abbonamento per la sostituzione dei chip, con un edificio costruito attorno a essi”. L’edificio e i cablaggi, una volta costruiti, possono durare per decenni ma vanno poi nuovamente “riempiti” ogni sei anni. Questo schema impatta sui capitali necessari per sostenere la crescita e l’evoluzione tecnologica, ma ha anche ripercussioni su altri mercati, come quello dei semiconduttori e quello dell’energia.

Le nuove regole dell’era dell’AI

Il modello evolutivo del mercato data center ritratto da Pwc ha anche un altro risvolto. Negli ultimi 15 anni, in quella che potremmo chiamare “era del cloud”, il mercato dei data center è stato alimentato soprattutto dagli hyperscaler, in quanto principali clienti diretti (in molti casi corrispondenti con i proprietari delle infrastrutture). Nell’era dell’intelligenza artificiale, o almeno da qui al 2050, accanto agli hyperscaler ci saranno altri cinque tipi di clienti: i neocloud, gli sviluppatori di modelli AI (come OpenAI, Anthropic, Meta, Moonshot AI, per citarne alcuni), le piattaforme di inferenza, le aziende e i governi. Ciascuno di questi gruppi sarà portatore di una diversa domanda, di un diverso profilo di rischio, di differenti esigenze tecniche e geografiche.

Tornando alla previsione generale, ai 31.600 miliardi di dollari di investimenti al 2050, Pwc spiega che si tratta dello scenario intermedio, e l’oscillazione verso il basso e verso l’alto è notevole: l’ipotesi più conservativa si ferma a 22.000 miliardi di dollari, quella più spinta raggiunge i 50.000 miliardi. Il risultato effettivo dipenderà dal ritmo e dalla portata dell’adozione dell’AI, ma gli autori dello studio glissano un po’ su questa notevole approssimazione e rimancano la validità del quadro tratteggiato, la traiettoria di crescita e la logica dei cicli di investimento che si resettano ogni sei anni.

“Sebbene i confronti tra epoche diverse siano imperfetti, tali cifre sono di ordini di grandezza superiori sia alla somma degli investimenti per la costruzione delle ferrovie nel Regno Unito e negli Stati Uniti, sia al costo della realizzazione dell'infrastruttura Internet”, scrive Pwc. 

<a href="https://www.magnific.com/free-photo/low-light-data-center-running-advanced-ai-models-neural-network-processes_417840011.htm">Image by DC Studio on Magnific</a>

La mappa mondiale dei data center

Non ci saranno aree geografiche del tutto escluse da questi sviluppi. Tuttavia le grandi regioni geografiche e politiche del mondo saranno più o meno protagoniste a seconda di fattori come la disponibilità di energia, le esigenze di sovranità dei dati e i flussi nelle filiere dei semiconduttori. Come osservato dagli analisti, Il vero problema non saranno tanto le risorse di capitale, che non dovrebbero mancare, quanto l'accesso all'energia necessaria per alimentare i data center nei prossimi decenni. E saranno proprio l’energia, il suo costo e la sua disponibilità a determinare nei prossimi anni la geografia dei flussi di capitali e gli eventuali colli di bottiglia da superare.

Nel mese di settembre di quest’anno il numero totale delle infrastrutture censite da Data Center Map è pari a 12259. Il testa alla classifica prevedibilmente ci sono gli Stati Uniti, con 4767 data center attivi, mentre il Canada ne ha 292. Si trovano in Europa occidentale 2983 infrastrutture di elaborazione dati, principalmente concentrate in Regno Unito (568), Germania (533) e Francia (393). L’Italia è il primo Paese fuori dal podio, con 262 data center, subito prima della Spagna (219). Nell’Europa orientale se ne contano 853, con schiacciante preponderanza di Russia (188 infrastrutture, di cui undici collocati oltre gli Urali e dunque teoricamente da sottrarre al computo totale, anche se Data Center Map le include), Finlandia (126) e Polonia (112). Il conteggio complessivo è di 3825 data center attivi dentro ai confini geografici europei.

La pur enorme e tecnologica Cina si ferma a 376, ma la media dimensionale è superiore a quella dei data center nordamericani ed europei. Il Giappone ne conta 261. L'America del Sud oggi arriva a quota 438, l'Africa a 261, l'Oceania a 702.

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