08/09/2026 di redazione

Manager italiani confusi sull’AI: solo il 12% è “pronto per il futuro”

Una forza lavoro aperta al cambiamento e una leadership che non riesce a comunicare l’AI: una ricerca di Adecco evidenzia la contraddizione.

Quando, come e quanto rapidamente l’intelligenza artificiale sta entrando nelle aziende? Le ricerche sul tema abbondano, producendo risultati vari e variabili a seconda del campione d’indagine o delle specifiche domande poste. L’Italia ne emerge spesso come un Paese abbastanza curioso e propenso all’uso dell’AI in ambito sia personale sia lavorativo, ma anche per questo fenomeno si ripropone un problema noto e annoso nelle nostre aziende: la mancanza di competenze sulla tecnologia che pone come volano di crescita.

Ma esiste anche un problema di comunicazione, come evidenziato dalla ricerca di The Adecco Group “The human premium: Leadership beyond the algorithm”, pubblicata lo scorso maggio. I dati specifici sull’Italia, diffusi solo ora, mostrano contraddizioni particolarmente marcate nel modo in cui l’AI viene recepita e accolta nelle aziende italiane. Sul totale dei duemila dirigenti c-suite di aziende di 13 Paesi, il 45% ha detto di aspettarsi l’ingresso degli agenti AI nei processi lavorativi nel breve periodo (entro un anno), mentre solo il 30% dei dipendenti condivide questa visione. Fra i dirigenti italiani, però, solo il 25% prevede l’arrivo di agenti intelligenti entro i dodici mesi: un divario di ben 20 punti percentuali rispetto alla media.

E c’è uno scarto notevole anche su un altro punto. Sul totale del campione è piccola, solo il 22%, la quota di dirigenti convinta che la propria azienda si stia preparando la trasformazione tecnologica, cioè che stia sviluppando capacità “a prova di futuro” tra i dipendenti. Ebbene, tra gli italiani questa già piccola percentuale scende al 12%.

Questa sfiducia si riflette anche in una certa incapacità di comunicare i vantaggi dell’intelligenza artificiale. In base allo studio di Adecco, il 79% dei lavoratori italiani è disposto ad adattarsi all’AI, ma solo il 24% dei leader ha una strategia per comunicare con chiarezza le relative opportunità ai dipendenti. Ancora una volta, il nostro 24% si confronta con un dato di media più alto, 36%.

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Nel complesso, tra i dirigenti d’azienda italiani prevale rispetto all’intelligenza artificiale un “approccio difensivo”, come lo chiama Adecco. Nella funzione risorse umane l’AI è vista soprattutto come uno strumento di efficienza (risposta più citata, 24% del campione italiano), mentre a livello globale viene ritenuta utile soprattutto per consentire ai dipendenti di gestire in autonomia crescita e apprendimento (36%)

Secondo gli autori dell’indagine, il vero gap non è tra le persone e la tecnologia ma tra la velocità di adozione auspicata e la capacità di comunicarne il valore dell'AI per i lavoratori. Esiste comunque un sottogruppo di aziende capaci di mettere le persone al centro e allo stesso tempo di investire in tecnologia. E le due cose, secondo Adecco, dovrebbero sempre andare a braccetto

“Quando un’organizzazione spinge sull’adozione dell’intelligenza artificiale senza procedere di pari passo con i propri dipendenti, non sta realmente accelerando: sta aggiungendo mera complessità senza controllo”, ha commentato Angelo Lo Vecchio, presidente e amministratore delegato di The Adecco Group Italia. “I nostri dati sull’Italia lo dicono con chiarezza: solo il 12% dei leader è convinto che la propria azienda stia costruendo le competenze del domani, il valore più basso tra tutti i Paesi che abbiamo analizzato. Ciononostante, il 79% dei lavoratori italiani si dice pronto a cambiare. In definitiva, non è una questione di resistenza al cambiamento: è piuttosto un deficit di chiarezza e coraggio strategico. Quel che manca è un sostanziale salto di qualità nella governance: comunicare con trasparenza dove si va, coinvolgere chi lavora nella ridefinizione dei ruoli, misurare la fiducia con la stessa disciplina con cui si misurano i risultati finanziari. Chi lo farà costruirà un vantaggio competitivo difficile da eguagliare; chi aspetterà rischia di arrivare tardi a una trasformazione che non si può più rimandare”.

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