Anche le società non-profit si rivolgeranno sempre di più all’intelligenza artificiale, anzi stanno procedendo nell’adozione in modo abbastanza rapido. Una nuova ricerca di Twilio, aziende californiana di servizi di telefonia, cloud e collaborazione, “State of Nonprofit Digital Engagement”, svela che il 58% degli enti del Terzo Settore statunitensi e britannici ha già adottato soluzioni di CPaaS (Communication Platform as a Service) con funzionalità di intelligenza artificiale; nelle imprese private del B2C l’adozione è invece al 47%.
In questi stessi due mercati, Stati Uniti e Regno Unito, tra i 1.140 enti non-profit inclusi nel campione d’indagine il 68% usa l’AI per analizzare i dati degli utenti e comprendere meglio le loro esigenze, e anche in questo caso la percentuale supera quella delle imprese B2C, 64%.
Per creare una relazione con gli utenti non solo coinvolgente ma personalizzata, d’altra parte, l’intelligenza artificiale è notoriamente uno strumento efficace ed economicamente sostenibile. Per il 71% delle organizzazioni incluse nel report le comunicazioni personalizzate sono una priorità per il prossimo futuro.
Secondo l’analisi di Twilio, riferita sempre e solo a Usa e UK, nel settore sanitario le non-profit usano l’intelligenza artificiale soprattutto per dare un miglior servizio ai pazienti e in particolare per accelerare i tempi di risposta (e il 50% crede di aver effettivamente migliorato la loro soddisfazione). Nell’istruzione, invece, il Terzo Settore usa l’AI per dialogare con gli studenti su piattaforme di messaggistica, mentre nell’ambito delle comunità e dei servizi umanitari l’intelligenza artificiale aiuta a prendere migliori decisioni basate sui dati (42%), a velocizzare i tempi di risposta (40%) e a creare fidelizzazione (38%).
In questo scenario non mancano aspetti critici, come la privacy e l’etica nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale. L’83% delle non-profit dichiara di essere trasparente sull’uso dell’AI ma solo il 38% degli utenti finali condivide questa percezione. Inoltre, l’incertezza legata al destino dei cookie di terze parti e la crescente attenzione alla privacy rappresentano una sfida per l’uso dell’intelligenza artificiale nel Terzo Settore.
E l’Italia? Nel nostro Paese, tra i casi evidenziati dalla ricerca “Donare 3.0” condotta da Bva Doxa per Rete del Dono e PayPal, c’è una realtà come Save the Children, che usa l’intelligenza artificiale per analizzare grandi volumi di dati e personalizzare la comunicazione con i donatori, creando campagne di raccolta fondi più efficaci e aumentando il coinvolgimento. Altre non-profit in Italia stanno sperimentando l’uso di chatbot, algoritmi predittivi e avatar virtuali. "L’intelligenza artificiale rappresenta un’opportunità senza precedenti per il terzo settore, che può finalmente offrire esperienze personalizzate e servizi più efficienti ai propri utenti”, ha commentato Emanuele Caronia, fondatore e amministratore delegato di Exelab, una statup italiana di Fintech. “Tuttavia, la vera chiave di successo risiede nell’utilizzo etico dei dati e nella capacità di costruire relazioni basate sulla trasparenza e sulla fiducia”.