La global tax, dopo anni di discussione all’interno dell’Ocse e dopo l’approvazione di varie Web tax nazionali, è finalmente stata approvata. Al summit G20 di Venezia i ministri dell’economia e delle finanze delle principali potenze mondiali hanno dato il semaforo verde alla proposta di riforma fiscale già definita lo scorso giugno al G7 tenutosi in Cornovaglia. I media la chiamano global tax ma anche global minimum tax, perché la nuova legge fissa un’aliquota minima del 15% per le grandi multinazionali (con oltre 750 milioni di euro di fatturato annuo) sui profitti realizzati nel Paese in cui operano. Per i giganti da oltre 20 miliardi di euro di giro d’affari, l’aliquota aumenta.

Sebbene la riforma non riguardi solamente le aziende tecnologiche, il dibattito di questi anni si è concentrato soprattutto su di loro, su colossi come Google, Amazon, Facebook ed Apple. Per loro finisce, o almeno si spera, l’era del dumping fiscale, delle tassazioni al ribasso concesse da alcuni Paesi alle società estere pur di attrarre occupazione e generare indotto. Non a caso, Irlanda, Estonia e Ungheria non hanno sottoscritto l’accordo, per il momento. “Per la prima volta fissiamo regole per la tassazione delle grandi multinazionali", ha commentato il ministro dell'Economia, Daniele Franco. Il suo corrispettivo francese, Bruno Le Maire, ha definito l’accordo come una “vittoria” e come “la più grande rivoluzione fiscale dell’ultimo secolo”.

La segretaria al Tesoro degli Stati Uniti d'America, Janet Yellen, ha dichiarato: “Il mondo è pronto per mettere fine alla corsa globale al ribasso delle tasse per le corporazioni, e c’è un ampio consenso su come realizzarlo: con una tassazione globale minima del 15%. Centotrentuno nazioni, rappresentative di oltre il 90% dell’economia mondiale, concordano su questo. Ora il mondo dovrà muoversi più rapidamente per finalizzare l’accordo”. Bisognerà infatti aspettare, forse fino al 2023, per l’effettiva entrata in vigore della nuova legge.

Intanto non mancano le voci critiche. Secondo uno studio dello European Network for Economic and Fiscal Policy Research,  citato dal Manifesto, il tetto minimo del 15% di aliquota consentirà di ottenere un gettito fiscale globale di 87 miliardi di dollari, derivato però da appena 78 delle 500 aziende più grandi del mondo. Da sole, le società tecnologiche statunitensi pagheranno 39 miliardi di dollari. Considerando che l’aliquota del 15% è abbastanza vicina a quella del 12,5% già applicata dalla legge irlandese alle società straniere, secondo il Manifesto la global tax segna progresso modesto. E ancor più modesto se si considerano le deduzioni che saranno di volta in volta applicate, riducendo di molto la base imponibile.

Forse è presto per fare valutazioni, ma ricordiamo che secondo la Commissione Europea un’azienda come Apple in Irlanda ha beneficiato per più di dieci anni (dal 2003 al 2014) di un regime fiscale da sogno, con aliquote comprese tra lo 0,0005 e l’1%. Per l’accaduto, l’azienda di Cupertino fu sanzionata con una multa da 13 miliardi di euro. Se la global tax riuscisse a evitare stratagemmi e opacità fiscali di questo tipo, sarebbe già un mezzo successo.