Alla vigilia del Consiglio dei Ministri che ha dato il via al progetto “Italia Digitale”, erano diverse le posizioni critiche – e sintomatiche della situazione di incertezza generalizzata regnate fra gli imprenditori – nei confronti dell’operato del Governo. “In una fase in cui ogni iniziativa di modernizzazione e rilancio dell’economia è preziosa, il ritardo che sta accumulando il varo dell’Agenda Digitale minaccia di far pagare un prezzo troppo elevato alle imprese e al Paese, prima ancora che al nostro settore”.

Le parole, pronunciate a fine settembre, sono di Paolo Angelucci, presidente di Assinform, l’Associazione delle aziende di Information Technology aderente a Confindustria. Allarme che trovava in effetti riscontro nei dati che fotografano l’andamento del settore italiano dell’Information e Communication Technology, che nel 2011 ha evidenziato forti criticità (flessione del giro d’affari del 3,6% rispetto al 2010, contro l’incremento dell’1,1% registrato in Europa e del 4,3% a livello mondiale) e che si appresta a chiudere anche l’anno in corso con un bilancio negativo.

 
Servizi e prodotti digitali, secondo Assinform, potrebbero essere la locomotiva in grado di trainare la ripartenza del settore, ma per valorizzarne al meglio le potenzialità (e qui torniamo al problema dell’Agenda) servirebbero “condizioni infrastrutturali, fiscali e amministrative adeguate che in buona parte – come ha ricordato Angelucci – sono materia del decreto Digitalia”.

Il decreto è arrivato e dal numero uno di Assinform sono sortite queste dichiarazioni: “C’è voluto più del previsto, ma è stato fatto un passo importante. Ora serve continuità e il coinvolgimento delle imprese Ict. Le misure introdotte vanno nella direzione giusta, anche se, dopo 327 giorni, dall’esecutivo ci aspettavamo qualcosa di più. Si sente ancora l’esigenza di un quadro di riferimento organico, e questo sarà il tema da affrontare in fase di conversione del decreto. Quello che oggi conta è che il solco sia stato tracciato e che tutti, Pubbliche Amministrazioni e imprese, contribuiscano d’ora in poi a consolidarlo”.

Il monito che arriva dal mondo delle imprese che vivono di tecnologia (settore che occupa circa 400mila addetti) e che rappresentano quindi l’interlocutore privilegiato dei provvedimenti atti a digitalizzare a vari livelli il Paese, è chiaro. Meno chiaro è stato finora l’atteggiamento di chi tali provvedimenti dovrebbe assumerli a grande opportunità di cambiamento (in meglio) per il funzionamento della Pa, nel segno di una governance orientata all’efficienza e al cost saving.

L’approvazione dell’Agenda azzera lo stallo e rimuove i timori – avanzati un mese fa dal presidente di Confindustria digitale, Stefano Parisi – che da parte degli apparati della Pubblica Amministrazione ci sia una volontaria resistenza al cambiamento per mantenere i centri di potere acquisiti? Se così non fosse verrebbero a mancare i presupposti di base per quella che può essere definita una vera rivoluzione (tecnologica) dell’apparato statale.

Come pensare di innovare se i primi a non volerlo fare sono gli stessi soggetti destinatari dell’innovazione? Nelle aziende private, per fare un esempio, sta succedendo (in termini di tendenza almeno, e lo dicono i tanti studi legati al fenomeno del Byod, bring your own device) esattamente il contrario: a “imporre” nuovi modelli operativi sono i dipendenti, che portano dentro gli uffici i propri computer, smartphone e tablet cavalcando il paradigma del lavoro in mobilità e legato a doppio filo all’accesso online a documenti, applicazioni e dati.

Start up e digital divide

Fra i punti salienti dell’agenda c’è sicuramente, in quanto primizia assoluta per l’ordinamento italiano, la definizione di impresa innovativa: le nuove misure toccano tutti gli aspetti più importanti del ciclo di vita di una start up – dalla nascita alla fase di sviluppo, fino alla sua eventuale chiusura – e rispondono a raccomandazioni specifiche dell’Unione Europea che individuano nelle nuove imprese una leva di crescita e di occupazione per l’Italia. La dotazione complessiva resa da subito disponibile è di circa 200 milioni di euro. Una volta a regime, la norma impegnerà 110 milioni di euro ogni anno.

Per l’azzeramento del divario digitale e la diffusione delle tecnologie digitali è stato invece confermato il piano per portare la connessione Internet ad almeno 2 Mbps nelle zone non ancora coperte e nelle aree a fallimento d’impresa. Alle risorse rese già disponibili per il Mezzogiorno (circa 600 milioni di euro) si aggiungono ulteriori 150 milioni di euro per finanziare gli interventi nelle aree del Centro-Nord. Basteranno per togliere l’Italia – i dati sono dell’Itu, l’agenzia tecnologica dell’Onu – dalla 29esima posizione su scala mondiale per penetrazione della banda larga fissa e dalla 47esima per ciò che concerne l’accesso a Internet?