Telecom Italia e altri operatori telefonici cercano il proprio spazio nel mercato delle applicazioni per telefoni cellulari. E lo fanno con un'alleanza che conta 70 nomi –oltre 1,6 miliardi di clienti in tutto il mondo – e che punta a distribuire sia applicazioni native sia WebApps. Risponde al nome di WAC, o Wholesale Application Community.
Il telefono è cambiato parecchio negli ultimi anni
L'azienda italiana si è quindi unità con O2, Vodafone, Telefonica e altri per creare un "Common Application Marketplace", un negozio di applicazioni globali che, almeno nelle intenzioni, vuole sfidare l'AppStore di Apple o il MarketPlace di Android. La strada da fare tuttavia è ancora molta.
A livello nazionale Telecom Italia fa sapere di aver sviluppato l'Application Manager, che va ad arricchire il già noto TIM Store. L'idea è di aumentare l'interoperabilità tra dispositivi diversi, rendendo disponibili le applicazioni su cellulari comuni, smartphone, tablet e PC.
"Telecom Italia renderà disponibile un SDK per gli sviluppatori", un elemento indispensabile per il successo dell'iniziativa. Le applicazioni saranno compatibili con tutti i sistemi operativi più comuni, da Symbian ad Android e BlackBerry. Per raggiungere i sistemi più chiusi, come iOS, si punterà sulle applicazioni Web, invece che su quelle native.
L'iniziativa è nata un anno fa, quando fu presentata da Julio Linares, AD Telefonica. Oggi, insieme a Telecom Italia, sono otto gli operatori che cominciano a rendere disponibili le applicazioni per i propri clienti. I numeri sono ancora molto contenuti: 12.000 applicazioni sono poche, se si guarda alle 300.000 che offre Apple o alle 180.000 di Android.
Rispetto ai negozi virtuali già noti, quello proposto dal WAC ha un punto di forza importante: le applicazioni si pagano direttamente con la bolletta telefonica, o il credito residuo.
Vedremo se questa iniziativa avrà successo, e se gli operatori telefonici riusciranno a liberarsi dal loro incubo. Da Bernabé e Linares, infatti, l'unica certezza è che queste aziende non vogliono diventare dei "meri fornitori di connettività". Anche per questo ritengono che i fornitori di contenuto – Google, Facebook e altri – debbano pagarla, la connettività.