Pensando al concetto di start up, viene in mente di associarlo ai settori di frontiera o agli ambiti applicativi con maggior hype. Anche in ambiti più tradizionali, tuttavia, c’è stato un certo movimento nell’ultimo decennio abbondante e Pure Storage è uno degli esempi di maggior successo fra le aziende sorte in tempi relativamente recenti.

Sono passati solo sette anni dalla quotazione in Borsa e oggi parliamo di una realtà da quasi 1,7 miliardi di fatturato nell’ultimo anno fiscale e un market cap valutabile in 8,8 miliardi di dollari: “Effettivamente, l’ultimo è stato un anno molto positivo, con una crescita complessiva del 21%”, ha commentato James Petter, vice president e general manager International di Pure Storage.

Pioniera dell’approccio all-Flash, una volta percepito come rischioso e costoso, la società ha saputo capitalizzare sul proprio gioco d’anticipo rispetto a una tecnologia oggi divenuta standard nello storage per il mondo enterprise e cloud. Il capitolo successivo è stato scritto con l’evoluzione dell’offerta in direzione del modello as-a-Service.Non è stato poi difficile per noi, dopo essere partiti da zero all’inizio della nostra storia”, ha osservato Petter. “Oggi possiamo già far notare la crescita del 37% registrata lo scorso anno su questo fronte, segno di un cambiamento ormai consolidato e coerente con le strategie dei nostri clienti. Non è un caso se possiamo vantare un Net Promoter Score di 85,2, destinato a salire ancora”.

 

James Petter, vice president e general manager International di Pure Storage

 

Ora, Pure Storage punta sul disaccoppiamento e la virtualizzazione dello storage per fare in modo che gli utenti virino decisi verso un ambiente software-defined. Potrebbe essere un passo azzardato in un comparto tradizionalmente ancorato alle vendite dell’hardware, dove nessuno sembra fare eccezione. Ma Petter non è dello stesso parere: “Non siamo mai stati una vera hardware company nemmeno ai nostri inizi. Se fin qui abbiamo creato una disruption su un mercato tradizionalmente conservativo, ora vogliamo fare altrettanto sull’utilizzo dei dati, facendo pagare un servizio per come viene effettivamente usato”.

Forte dell’acquisizione da 370 milioni di dollari di Portworx del 2020, uno dei pilastri del modello Pure sta diventando la capacità di offrire servizi di dati gestiti, includendo backup e restore, sulla base di applicazioni containerizzate su Kubernetes, pronte a funzionare in cloud, su bare metal o array proprietari. In questo modo si declina il concetto di “modern data experience”, nel quale l’azienda intende fungere da fornitore best-of-breed.

Un altro rilevante fattore di cambiamento è rappresentato dalla sostenibilità e anche lì Pure Storage vede opportunità derivanti dalle proprie scelte: “Un nostro recente report dimostra come i prodotti FlashArray producano una riduzione dell’80% nelle emissioni di CO2 rispetto ai concorrenti”, ha messo in evidenza Petter. “La nostra architettura Evergreen e la proposta Pure-as-a-Service contribuiscono a minimizzare gli sprechi, riducendo il sottoutilizzo dello storage ed estendendo il ciclo di vita. Infatti, il 97% dei sistemi acquistati da noi negli ultimi sei anni è ancora in esercizio”.