Miliardi di euro investiti tra software, infrastrutture rinnovate e architetture ridisegnate, eppure il lavoratore medio di una grande azienda apre ogni giorno più di dieci applicazioni diverse per svolgere le proprie mansioni, ricopia dati a mano da una schermata all'altra e perde ore in processi che nessun sistema riesce a rendere davvero fluidi. La maggior parte dei lavoratori sfrutta soltanto una piccola parte delle potenzialità dei sistemi che le loro aziende hanno acquistato.
È da questa contraddizione strutturale che è nata myMeta Software, avviata come startup da Andrea Rubei (nel 2019 la fondazione, nel 2022 la prima espansione all’estero) con l'obiettivo di introdurre sul mercato una nuova categoria di prodotto: la Digital Experience Orchestration Platform (DXOP), ossia una piattaforma che non sostituisce i sistemi esistenti ma si posiziona sopra di essi come uno strato intelligente che li connette, li semplifica e li rende fruibili da chi li deve utilizzare ogni giorno.
“I grandi produttori di software mettono spesso la tecnologia al centro, lasciando all'utente il compito di adattarsi”, spiega Rubei, cofondatore e chief executive officer dell'azienda, che oggi vive in Portogallo e che abbiamo incontrato durante una delle sue frequenti trasferte in Italia. “L'approccio di myMeta parte dall'opposto: costruire un'intelligenza che serva a fare emergere il valore dei sistemi esistenti, portando le informazioni e le azioni giuste all'utente nel momento e nel contesto in cui ne ha bisogno, indipendentemente da dove risiedano” nei meandri delle varie applicazioni. Un meta-lavoro da cui discende anche la scelta del nome dell’azienda, che oggi è diventata una scaleup e ha sede a Carmignano di Brenta, nelle campagne del padovano.
La corsa all'AI e l’impresa dell’integrazione
L'arrivo dell'intelligenza artificiale ha moltiplicato le opportunità – e la confusione – all'interno del mercato: ogni grande produttore, da Microsoft a Sap, da Oracle a Workday e Salesforce, presenta oggi i propri agenti AI e modelli proponendo la propria soluzione come quella più efficace. Il risultato è che i responsabili dei sistemi informativi si trovano a gestire una proliferazione di strumenti che non comunicano tra loro.“Il mercato dell'intelligenza artificiale si muove a una velocità che nessuna organizzazione riesce davvero a seguire”, osserva Rubei. “Il rischio vero non è restare indietro sulla tecnologia, ma perdere il controllo su come quella tecnologia entra nei processi e raggiunge le persone”.
La risposta di myMeta a questo problema è un'interfaccia, chiamata Zero UI, che mostra all'utente le informazioni necessarie per completare un'azione e poi scompare, senza costringerlo ad aprire nuove applicazioni o cambiare contesto. “Il sistema ascolta il contesto operativo dell'utente e interviene solo quando è rilevante”, spiega Rubei. “Se un'approvazione è urgente, l'utente non deve aprire il gestionale e navigare tra le schermate: myMeta presenta direttamente le informazioni che gli servono nel punto in cui sta già lavorando, con la possibilità di agire subito”.
C'è però un elemento che complica ulteriormente questo scenario: la grande maggioranza delle grandi organizzazioni non lavora su sistemi di ultima generazione, ma su infrastrutture costruite decenni fa che non si possono dismettere rapidamente. Banche, ministeri, multi-utility e gruppi industriali convivono con un patrimonio tecnologico sedimentato nel tempo, e l'idea che l'intelligenza artificiale possa semplicemente sovrapporsi a tutto questo è, nella maggior parte dei casi, una semplificazione. “Il sistema che abbiamo sviluppato crea le connessioni necessarie per far dialogare qualsiasi modello di intelligenza artificiale con qualsiasi infrastruttura sottostante”, aggiunge il Ceo.
Andrea Rubei, cofondatore e Ceo di myMeta Software
Il CIO e la moltiplicazione del valore
Il regolamento europeo AI Act sull'intelligenza artificiale, e le normative correlate, vengono spesso presentati come freni all'innovazione, ostacoli che rallentano le aziende europee rispetto ai competitor statunitensi. È una lettura che Rubei non condivide, anche per via di una scelta architettonica compiuta fin dalla fondazione di myMeta: quella di tenere i dati sempre presso il cliente, senza che nulla transiti attraverso infrastrutture esterne. “A differenza di molte piattaforme Software-as-a-Service, che richiedono che i dati transitino attraverso infrastrutture cloud esterne, la nostra soluzione rimane interamente presso il cliente, con tutto tracciabile e verificabile”, afferma. “Una decisione architetturale presa prima che diventasse un requisito normativo, e che oggi si traduce in un vantaggio competitivo concreto nei confronti di chi deve rincorrere regole che non aveva previsto”.
È proprio su questo terreno – la governance degli strumenti, la tracciabilità dei dati, la regia complessiva su ciò che entra nei processi aziendali – che il chief information officer può fare la differenza. Non perché gestisce i sistemi, ma perché è l'unico nella posizione di decidere come e quando la tecnologia raggiunge le persone. “Quando il responsabile dei sistemi informativi adotta una soluzione trasversale all'intera organizzazione, ogni funzione aziendale può utilizzarla ogni volta che ne ha bisogno, senza dover ripartire da zero”, chiarisce Rubei. “Il suo ruolo smette così di essere quello di un controllore, per diventare un moltiplicatore di valore”.