16/02/2026 di Giancarlo Calzetta

La fiducia come nuova “infrastruttura”: nasce la Trusted Tech Alliance

Alla Munich Security Conference nasce la Trusted Tech Alliance: 15 aziende globali definiscono principi verificabili su trasparenza, sicurezza, supply chain e data protection. Impatti su procurement, compliance, cloud, AI e competitività dei mercati.

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È incredibile come temi che fino a pochi mesi fa erano ritenuti “secondari” siano invece oggi al centro di praticamente tutti i dibattiti sulla tecnologia e sicurezza. Il tema della sovranità tecnologica, infatti, si è ritagliato un ruolo consistente anche durante il Munich Security Conference, dove quindici grandi aziende della tecnologia hanno annunciato la nascita della Trusted Tech Alliance (TTA): un’alleanza trasversale che vuole costruire un linguaggio comune della fiducia lungo tutta la filiera digitale: dalla connettività al cloud, dai semiconduttori al software e all’AI.

Il messaggio implicito è che la tecnologia non viene più valutata soltanto per prestazioni e prezzo, ma per la sua “portabilità politica”. Oggi clienti e governi chiedono ai fornitori affidabilità, resilienza e prevedibilità, in uno scenario dove la maggior parte dei non addetti ai lavori non ha ancora ben chiari quali siano i punti cruciali della dipendenza dall’estero. La TTA nasce proprio per cercare di ridurre l’incertezza percepita intorno a piattaforme, dati e catene di fornitura.

Non è un caso che l’iniziativa venga presentata come risposta a un contesto di frammentazione: tra requisiti di sovranità digitale, normative sulla protezione dei dati e pressioni sulle supply chain, molte imprese stanno ripensando le strategie di sourcing e l’architettura dei propri stack. Questo vuol dire che riuscire a guadagnarsi la fiducia di aziende e governi è un vantaggio competitivo che si gioca su di un terreno diverso rispetto al passato.

La lista dei firmatari rende evidente lo scopo dichiarato: nell’alleanza entrano nomi dell’AI e del cloud (Anthropic, Cohere, AWS, Google Cloud, Microsoft), della connettività e infrastrutture critiche (Ericsson, Nokia), dell’industria e difesa (Hanwha, Saab), dell’ecosistema digitale e piattaforme (Jio Platforms), del software enterprise (SAP), fino alla partita più sensibile, quella dei chip con Rapidus, oltre a NTT e Cassava Technologies. È un perimetro “end-to-end” pensato per parlare ai decisori che gestiscono rischio, compliance e continuità operativa.

Non deve sorprendere che in questo elenco siano presenti alcune aziende che sono proprio al centro della bufera in quanto extra-europee e accentratrici di grandi quantità di servizi digitali. Per queste imprese, l’Europa rappresenta una fetta importante di fatturato e l’isteria che rischia di generarsi nel settore informatico cavalcando l’onda della sovranità potrebbe comportare una perdita finanziaria importante. Hanno, quindi, tutto l’interesse a proporre delle opzioni “sovrane” dei propri servizi da offrire in Europa e, in futuro, anche in altre regioni geografiche. Resta da vedere quanto l’ingerenza governativa riesca a vanificare questi buoni propositi.

Sul piano del posizionamento, la TTA prova anche a spostare il baricentro del dibattito: non “fidati perché siamo di questo Paese”, ma “fidati perché rispettiamo regole comuni”. Brad Smith (Microsoft) insiste sul fatto che l’alleanza si fonda non sulla nazionalità del provider, ma su impegni condivisi e verificabili, in un momento in cui molti mercati stanno alzando barriere e requisiti locali.

Cinque principi, una promessa: come l’alleanza vuole rendere misurabile la fiducia

Il cuore dell’iniziativa è un set di cinque principi che definiscono cosa significhi sviluppare, distribuire e gestire tecnologia “trusted”: governance trasparente ed etica, trasparenza operativa e sviluppo sicuro con valutazioni indipendenti, robustezza della supply chain e supervisione della sicurezza, ecosistema digitale aperto e resiliente, rispetto dello stato di diritto e protezione dei dati. L’idea è trasformare la fiducia da concetto reputazionale a insieme di pratiche verificabili.

Tradotto in linguaggio manageriale, significa formalizzare un perimetro di controlli che intercetta i punti più critici del rischio tecnologico: come vengono prese le decisioni, come viene costruito il software, come vengono gestite le vulnerabilità, come vengono selezionati e “vincolati” i fornitori a standard di sicurezza e qualità. La TTA parla esplicitamente di assicurazioni contrattualmente vincolanti lungo la catena di fornitura.

Un elemento interessante è l’enfasi sulla trasparenza operativa e sulle valutazioni: la logica dell’alleanza è rendere praticabile un livello di assurance più standardizzato, riducendo asimmetrie informative tra vendor e clienti. Reuters segnala che le aziende si impegneranno a verificare il rispetto dei principi e ad aprirsi anche a forme di assessment indipendente. Per i buyer, questo può tradursi in processi di due diligence più rapidi e comparabili, soprattutto su progetti AI e cloud dove le domande “dove stanno i dati” e “chi governa il modello” sono ormai centrali.

L’alleanza, infine, non si limita a “difendere” il digitale: dichiara l’obiettivo di lavorare con governi e clienti perché i benefici delle tecnologie emergenti alimentino fiducia pubblica, creazione di lavoro e crescita economica. È un framing che prova a rispondere alle critiche sull’impatto sociale dell’AI e, allo stesso tempo, a rendere più fluida l’adozione nei settori sensibili, dove la licenza a operare dipende anche dalla percezione di responsabilità.

Impatti sul mercato: procurement, compliance, supply chain e competizione tra ecosistemi

Per le imprese, la domanda chiave è se la TTA diventerà un “bollino” spendibile o un semplice manifesto. La risposta dipenderà da quanto questi principi verranno incorporati in capitolati, audit, assicurazioni cyber e requisiti di conformità. Se ciò accadesse, la fiducia diventerebbe davvero un criterio di selezione comparabile, con effetti diretti su vendor shortlist, strategie multi-cloud e scelte architetturali, soprattutto nei comparti regolati e nelle infrastrutture critiche.

L’effetto più immediato potrebbe vedersi nel procurement: l’alleanza insiste su impegni contrattuali verso i fornitori e su standard globali di sicurezza, cioè su un terreno dove oggi molte organizzazioni stanno investendo tempo e budget per costruire framework di terza parte (third-party risk) sempre più complessi. Se la TTA riuscisse a standardizzare parte di questi controlli, per i CIO e i CISO significherebbe ridurre attrito e costi di governance lungo la filiera, accelerando la messa a terra dei programmi AI e cloud. (Source)

C’è poi un tema di supply chain tecnologica che va oltre il software. La presenza di un produttore di semiconduttori come Rapidus e l’accento sulla supervisione della catena di fornitura, indicano che la “fiducia” riguarda anche l’hardware e la continuità di approvvigionamento. In un periodo in cui i chip sono tornati a essere materia di politica industriale, l’interoperabilità e la resilienza delle supply chain diventano un tema di competitività nazionale e aziendale.

Sul piano competitivo, l’alleanza prova a posizionarsi come risposta alla frammentazione digitale e per i manager europei questo è un punto sensibile: da un lato servono requisiti di sovranità e data protection, dall’altro serve evitare che la compliance diventi un freno a innovazione e time-to-market.

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