05/02/2026 di redazione

L’intelligenza artificiale conquista i lavoratori italiani, ma non le Pmi

Secondo i dati del Politecnico di Milano, il 47% degli occupati la usa nel lavoro. Solo il 15% delle medie imprese e il 7% delle piccole ha avviato un progetto di AI.

L’utilizzo dell’intelligenza artificiale cresce anche in Italia, nella vita privata e sul lavoro, ma sono soprattutto le grandi aziende a mobilitarsi con veri progetti di adozione e investimenti. Di contro, nelle Pmi adozione di strumenti di AI di vario tipo sembra nascere soprattutto da iniziative individuali o dall’integrazione di funzionalità generative o “agentiche” all’interno di software già in uso. Secondo i nuovi dati dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, nel 2025 il mercato italiano dell’intelligenza artificiale ha raggiunto il valore di 1,8 miliardi di euro, considerando i progetti di AI realizzati nel nostro Paese o commissionati da aziende italiane, e includendo nel conteggio software, servizi professionali, licenze, integrazione e soluzioni custom.

L’incremento anno su anno è pari al 50%, mentre gli 1,2 miliardi di euro di valore del mercato del 2024 rappresentavano un balzo del 58% sul 2023. La crescita di investimenti, quindi, prosegue, anche se con leggera frenata rispetto al recente passato. Il mercato si suddivide in modo abbastanza equilibrato tra AI “tradizionale” e tecnologie legate ai Large Language Model: il 54% del giro d’affari deriva da progetti centrati su machine learning e altre tecnologie consolidate, mentre il 46% riguarda soluzioni di GenAI o progetti “ibridi”.

Il divario di investimenti tra grandi imprese e Pmi dall’altro era già evidente nell’osservatorio dello scorso anno e ora viene confermato. Nel 2024 il 59% delle grandi aziende risultava avere un progetto di AI attivo, percentuale salita al 71% nel 2025. Inoltre nel 2025 ben l’84% delle grandi aziende ha acquistato licenze per l’uso di strumenti di AI generativa (dato cresciuto del 31% sul 2024). Di contro, nel 2025 si contavano progetti attivi solo nel 15% delle medie imprese e nel 7% delle piccole. D’altro canto c’è un 20% di Pmi che sta valutando l’avvio di iniziative nel breve periodo, dunque è possibile prevedere una seconda ondata di investimenti all’orizzonte e una riduzione dell’attuale divario dal segmento enterprise. I lavoratori sembrano muoversi anche per iniziativa personale, considerando il 47% utilizza l'intelligenza artificiale per scopi professionali.

Per quanto riguarda i settori verticali, l’adozione “strutturata” dell’intelligenza artificiale è in aumento soprattutto nella Pubblica Amministrazione (responsabile del 19% degli investimenti sul totale del mercato), nel manifatturiero, nella grande distribuzione e nel retail: non stupisce troppo, perché si tratta di ambiti ancora poco “maturi”. Al contrario le imprese dei settori energia&utilities, telecomunicazioni&media, banche e assicurazioni, essendosi mosse prima, hanno un margine di crescita inferiore. Inoltre, avendo costruito negli anni un team interno dedicato all’intelligenza artificiale, hanno minore necessità di affidarsi a fornitori esterni.

“Il 2025 ha confermato la grande crescita del mercato e dello sviluppo tecnologico dell’AI, ormai di centralità assoluta nelle agende dei decisori di vertice", ha commentato Alessandro Piva, direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence. “Questo entusiasmo, però, impone di fermarsi a ragionare. Innanzitutto, sulla capacità ancora ridotta di riconoscere in ogni settore e ambito le modalità corrette di ripensare interi processi con l’AI: servono persone con altissime competenze di dominio e tecnologiche per decostruire, re-immaginare, rimettere a regime il modello operativo. E poi sulla necessità di passare dalla semplice adozione individuale dell’AI, che ormai è elevata, alla trasformazione strutturale delle organizzazioni, che è ancora limitata, per cui servono dati ben organizzati e fruibili, competenze tecniche diffuse, cultura aziendale aperta alla sperimentazione”.

Quello delle competenze, a cui accenna Piva, resta un tema critico. Su circa 3,2 milioni di annunci di lavoro pubblicati nel 2025, circa 44mila citavano tra i requisiti anche competenze in intelligenza artificiale, numero in crescita del 93% anno su anno. In particolare, l’incidenza è alta nei profili white-collar ad alta qualificazione, per i quali il 76% degli annunci richiede anche competenze in AI. Altro punto dolente, per il momento almeno, riguarda le responsabilità, la gestione e supervisione: appena il 9% delle grandi imprese ha una governance strutturata per le iniziative e per l’uso dell’intelligenza artificiale.  

Tecnologie e progetti

Dal punto di vista della tecnologia adottata, i sistemi conversazionali o di analisi dei testi rappresentano la fetta più importante del mercato italiano, il 39%, e vengono utilizzati dalle aziende soprattutto come motori di ricerca su knowledge base, manuali, normative o documentazione di supporto. Seguono i sistemi di Data Exploration, Prediction & Optimization (30%), le soluzioni di generazione e analisi di immagini, video e audio (16%, in forte crescita) e i sistemi di raccomandazione (11%, stabili). Ancora piccola, 4%, la quota di investimenti rivolta a sistemi di orchestrazione dei processi e Agentic AI.

Il 77% del mercato italiano dell’AI deriva da progetti “custom”, sviluppati ad hoc per singoli clienti. A registrare la crescita maggiore sono, però, i progetti basati su servizi esistenti e licenze software.

Nelle grandi aziende i casi d’uso riguardano soprattutto il supporto clienti (soluzioni di frontend rivolte all’utente e di backend per il personale), la funzione Ict, le attività operative e di produzione, lo sviluppo del business e le vendite. Buoni i riscontri, ma con il punto dolente di un ritorno sull’investimento non sempre prevedibile: il 58% delle grandi aziende ha notato un “impatto significativo sul modello di business”, mentre una su tre ha difficoltà a stimare a priori il rapporto costi-benefici. Questo accade anche perché, tra le grandi aziende che hanno usano l’AI in modo strutturato, solo il 54% misura o prova a misurare i risultati e solo l’11% lo fa con monitoraggio periodico e strutturato.

In ogni caso, il 39% dei lavoratori dichiara di aver risparmiato più di 30 minuti nelle ultime due attività portate avanti usando l’AI; il 41% pensa di poter svolgere, grazie all’AI, attività altrimenti precluse (del tutto o in parte). C’è però un dato preoccupante, solo il 19% dei lavoratori usa esclusivamente strumenti approvati dall’IT: il resto sta in “ombra”, è shadow AI.

“Il nuovo anno si apre con diverse sfide per l’AI”, ha detto Giovanni Miragliotta, direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence. “La prima è trovare un equilibrio tra aspettative e benefici reali dall’adozione, che spesso si materializzano solo dopo percorsi di implementazione progressivi e personalizzati. La seconda sfida è proseguire con programmi di ricerca e formazione con la fine delle risorse PNRR: l’assenza di un piano strategico di finanziamento allo sviluppo dell’AI in Italia rischia di vanificare lo sviluppo degli scorsi anni. La terza sfida, di portata globale, riguarda la sostenibilità finanziaria degli enormi investimenti in atto, che si aggiungono ai rischi di approcci predatori al profitto, espulsione di persone dal mercato del lavoro, disinformazione e sorveglianza sistematica”.

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