Il capitale italiano si schiera in difesa di Tim. Il consiglio di amministrazione di Cassa depositi e prestiti (Cdp) ha dato l’ok per aumentare la propria posizione nell’operatore telefonico, acquistando nuove azioni. Al momento l’ente è fermo al 4,93 per cento, ma secondo indiscrezioni potrebbe arrivare alla soglia del 10 per cento. La notizia ha fatto guadagnare al titolo dell’ex monopolista anche il 6 per cento. La quota di Cdp, unita al 9,56 per cento di Elliott, potrebbe rivelarsi determinante in chiave anti Vivendi, il socio di maggioranza relativa di Tim con il 23,9 per cento di azioni. I francesi sono da tempo ai ferri corti con Elliott e ora il giorno della resa dei conti è fissato per il 29 marzo, quando si terrà l’assemblea dei soci. Al centro dello scontro, oltre alla composizione del Cda, anche il futuro prossimo dell’operatore.

In particolare l’operazione di scorporo delle reti, che potrebbe aver subìto un’imprevista accelerazione la scorsa settimana: gli amministratori delegati di Tim e Open Fiber, Luigi Gubitosi ed Elisabetta Ripa, entrambi favorevoli all’idea dello scorporo, si sono incontrati a Roma per una prima riunione conoscitiva. Sul tavolo ci sarebbe innanzitutto lo sviluppo di un’operazione commerciale congiunta, ma il vero nodo della questione rimane ovviamente l’infrastruttura. Cdp controlla il 50 per cento di Open Fiber.

La decisione di Cassa deposito e prestiti di investire ulteriormente nell’ex monopolista “si pone in una logica di continuità con gli obiettivi strategici sottesi all’ingresso nel capitale di Tim deliberato dal Consiglio di Amministrazione lo scorso 5 aprile 2018, è coerente con la missione istituzionale di Cdp a supporto delle infrastrutture strategiche nazionali e vuole rappresentare un sostegno al percorso di sviluppo e di creazione di valore, avviato dalla società in un settore di primario interesse per il Paese”.

La “cordata” Cdp-Elliott potrebbe mettere nell’angolo ancora di più Vivendi e il suo numero uno, Vincent Bolloré. Il gruppo francese, nel presentare i conti del 2018, ha sottolineato però di poter esercitare ancora una “notevole influenza” su Tim. Ma la società ha dovuto iscrivere a bilancio una svalutazione di 1,1 miliardi per tenere conto dell’incertezza sulla governance dell’ex operatore. L’azienda ha speso 3,8 miliardi per entrare in Tim, ma ora ha dovuto abbassare il valore di carico delle azioni a 70 centesimi dagli 1,07 euro precedenti.