Più ancora delle tecnologie in sé, la trasformazione digitale di cui tanto si parla ruota intorno ai dati. Cioè alla materia prima che, sottoposta alla lavorazione degli anaytics e degli algoritmi di intelligenza artificiale, può trasformarsi in vantaggio strategico e competitivo. Ma quanto, davvero, le aziende sono pronte ad affidarsi ai dati? Lo fanno solo in parte, oppure totalmente? Alcuni esempi illuminanti sulle opportunità da cogliere arrivano da realtà come Philips e Nintendo, ma anche dagli ospedali del Nord Europa e addirittura dall'Onu. Ce ne parla Rosagrazia Bombini, vice presidente e direttore marketing per l'Italia di Qlik, società software specializzata in visual analytics.

 

 

Rosagrazia Bombini, vice presidente e direttore marketing per l'Italia di Qlik

 

I dati sono ovunque e provengono da fonti sempre più numerose e disparate. Qualsiasi oggetto che utilizziamo nella nostra vita quotidiana è in grado di generare dati: i media che consultiamo, l’auto che guidiamo, una semplice lampadina. Nel 2012, Philips Hue ha infatti progettato una lampadina intelligente in grado di raccogliere informazioni di vario tipo, come indirizzi IP, dispositivi smart collegati, stanze in cui è suddivisa la casa. Immaginatevi quante lampadine ci sono al mondo e la quantità di dati che genererebbero se ognuno di noi utilizzasse anche solo un sistema di illuminazione smart. Se una volta era solamente un’azienda produttrice di dispositivi elettronici, oggi Philips è una realtà con accesso a importanti quantità di dati, che potrebbero avere un valore anche più elevato dei prodotti che l’azienda stessa commercializza.

 

Lo stesso vale per molti brand di automobili. In futuro, le realtà di questo settore hanno più probabilità di essere ricordate come aziende di dati piuttosto che come case automobilistiche, e questo grazie ai dati che raccoglieranno con l’introduzione dei veicoli senza conducente e con l’evoluzione dei software a bordo. I sensori integrati sui mezzi generano circa 1,3 gigabyte di dati all’ora. Quindi, supponendo che ogni anno vengano prodotti all’incirca 60 milioni di automobili, guidate in media quattro ore al giorno, verrebbero generati 312 milioni di gigabyte. E l’aspetto più interessante non è la mole di dati che esse creano, ma quello che tali dati permettono di scoprire.

 

Sono infiniti gli esempi che possiamo analizzare. Pensate ai dati raccolti da Nintendo sui nostri spostamenti grazie al videogioco Pokémon Go. Che si tratti di tracker per la salute, social network, ricerche su Google, blog, community o forum, stiamo generando una quantità e una varietà di dati che un tempo sarebbe stata impensabile. Nel mondo del business, le aziende per cui lavoriamo si identificano e si differenziano tra loro per essere più o meno competitive nell’uso dei dati. Molti brand conosciuti stanno già diventando “aziende di dati” e stanno creando intuizioni sulla base delle informazioni sul comportamento umano da loro raccolte.

 

Un altro esempio tangibile è quello di King. I giochi sviluppati da questa azienda generano più di due miliardi di dati al giorno. In questo mare di informazioni, in costante crescita, si nascondono i segreti della replicabilità del gioco, della retention dei clienti e dell’efficacia delle campagne di marketing. La parte più difficile è estrapolare questi segreti, perché i dati in sé non hanno alcun valore se non si hanno le capacità di cogliere gli insight, le intuizioni. Ed è proprio qui che entra in gioco la tecnologia. Mentre in passato i business analyst faticavano ad addentrarsi nei dati aziendali, adottando una piattaforma di analytics King è riuscita a studiare i comportamenti di gaming di più di 40 milioni di utenti e a determinare il Roi delle proprie campagne di marketing. Inoltre, l'azienda è riuscita a ottenere migliore visibilità sul numero dei gamer, sui giochi utilizzati, sui tempi di gioco, sull'introito giornaliero medio per utente, sulla retention continua del secondo giorno, sugli utenti attivi mensili e giornalieri e su altro ancora.

 

Ma queste considerazioni non sono valide solo per aziende che operano in campo tecnologico. Ad esempio, l’ospedale svedese Sahlgrenska University Hospital, una delle strutture sanitarie più grandi del Nord Europa, si è concentrato su un programma di assistenza per i pazienti con problemi ortopedici basato sul valore. Individuando anomalie e variazioni, la struttura ha ridotto gli imprevisti del 18% e le nuove operazioni del 17%, e ha aumentato gli interventi del 44%. Il risultato è stato una riduzione dei tempi d’attesa di più di 40 giorni nel caso di operazioni di sostituzione all’anca o al ginocchio. Tutto questo è stato possibile solo coinvolgendo il personale sanitario nell’utilizzo dei dati.

 

 

 

Anche il Dipartimento per gli affari politici delle Nazioni Unite sta scoprendo nuovi utilizzi dei dati in proprio possesso. L’organizzazione lavora con gli organi statali delle nazioni, con i diplomatici e con gli analisti raccogliere dati dai sistemi di monitoraggio sui social media e da migliaia di altre fonti pubbliche. Sviluppando strumenti di ricerca per gli analisti di politica nel contesto delle Nazioni Unite, sono state inoltre effettuate analisi sui trend e sono stati sviluppati strumenti predittivi per l’aggregazione di dati storici in tempo reale, declinati in molte lingue. Grazie alle dashboard, inoltre, i diplomatici possono osservare i trend che emergeranno e non farsi trovare impreparati. Poiché la quantità dei dati lievita in modo esponenziale, le aziende dovranno imparare a sfruttarli a proprio vantaggio. Chi è in grado di capire questo passaggio, avrà un futuro di successi davanti a sé.