Facebook e Mark Zuckerberg riempiono le cronache, ma sempre per motivi non proprio positivi per l’azienda e il suo Ceo. L’ultimo “pasticcio” riguarda l’annuncio, avvenuto ieri attraverso un post sul blog, che migliaia di sviluppatori hanno continuato a ricevere aggiornamenti sulle informazioni non pubbliche degli utenti, ben oltre il limite di tempo stabilito. In particolare, Facebook ha affermato che, per un numero imprecisato di utenti, non è riuscito a interrompere il flusso dati - come già nel 2018 aveva garantito che sarebbe successo - dopo 90 giorni di non utilizzo di un'app.

Konstantinos Papamiltiadis, VP of Platform Partnerships, autore del post, scrive che probabilmente le informazioni riguardavano indirizzi di posta elettronica, compleanni, lingua e sesso, e sono state inviate a circa 5.000 app, nonostante che queste non fossero state usate negli ultimi tre mesi.

“Abbiamo scoperto che in alcuni casi le app hanno continuato a ricevere i dati che le persone avevano precedentemente autorizzato, anche se sembrava che non avessero usato l'app negli ultimi 90 giorni", afferma Konstantinos Papamiltiadis. "Per esempio, ciò potrebbe essere avvenuto se qualcuno ha utilizzato un'app di fitness per invitare i propri amici a un allenamento. Noi non siamo stati in grado di capire che alcuni di loro erano inattivi da molti mesi”.

Gran brutto periodo per Facebook che è bersagliata su tutti i fronti. Infatti in questi giorni si parla molto di importanti investitori, del calibro di Coca Cola, Adidas, Unilever, Levi’s, Starbucks e il gigante farmaceutico Pzifer - tanto per fare alcuni nomi - che hanno annunciato di non voler più fare pubblicità sul social network. Sarà una cosa temporanea, ma la lista si allunga di giorno in giorno.

Tutto è nato dalla condotta “permissiva” di Facebook nei confronti dei post di Donald Trump, che ha innescato una nuova polemica sulla disinformazione e l’estremismo sul social network, accusato di monetizzare razzismo e odio in tempi di profonda crisi. Il gruppo Stop Hate for Profit ha iniziato una campagna di sensibilizzazione, chiedendo alle aziende di “mettere in pausa” i loro investimenti pubblicitari.