Huawei sarebbe ormai vicina alla vendita delle attività relative ai server x86. Il condizionale è d’obbligo, trattandosi di un’indiscrezione (pur autorevole) della testata Bloomberg, che rafforza le voci di corridoio già circolate nei mesi scorsi. A detta di una fonte confidenziale, Huawei sarebbe in “trattative avanzate” per vendere la divisione che tratta i server basati su chip x86 di Intel a un consorzio formato da almeno una organizzazione di natura governativa. Secondo fonti cinesi si tratterebbe della Commissione per la supervisione e l'amministrazione dei beni di proprietà dello Stato, istituzione a diretto riporto del Consiglio di Stato. 

Il valore esatto dell’accordo non è noto, ma si aggirerebbe nell’ordine dei miliardi di yuan, cioè centinaia di milioni di euro. Nessun mistero, invece, sulla motivazione: il peso, diventato ormai insopportabile, delle sanzioni statunitensi avviate durante l’amministrazione Trump. Dopo anni di lotta commerciale da parte della Casa Bianca, i proventi legati ai server per Huawei sono crollati del 30%, passando dai 5,57 miliardi di dollari di giro d’affari del 2018 agli attuali 3,93 miliardi di dollari. 

In particolare, la stangata è giunta nel 2019 quando il governo statunitense ha limitato le possibilità di compravendita di tecnologie o componenti tra aziende cinesi e americane. Fonderie come Tsmc (Taiwan Semiconductor Manufacturing Corp.), China’s Semiconductor Manufacturing International Corporation e altre da quel momento hanno smesso di rifornire Huawei di componenti che l’azienda non può produrre internamente (come i chip a 7 nanometri). L'eventuale cessione rafforzerebbe anche l'ipotesi che Intel abbia smesso di concedere a Huawei le licenze per produrre chip con architettura x86.

L’indiscrezione sul possibile abbandono dei server x86 da parte di Huawei è giunta proprio mentre Yahoo annunciava il suo definitivo ritiro dalla Cina, Paese in cui la Web company aveva ormai un’attività residuale (un portale meteo) dopo la vendita di molte attività ad Alibaba nel corso degli anni. E un passo simile, anche se meno radicale, l’ha compiuto un paio di settimane fa Microsoft chiudendo le attività di LinkedIn nel Paese. Anche Epic Games, azienda statunitense ma posseduta al 40% dalla cinese Tencent, si prepara a chiudere il sito nazionale dedicato ai videogiocatori di Fortnite, il titolo più popolare per il multiplayer degli ultimi anni. In questi casi, trattandosi di servizi e non di prodotti hardware, la posta in gioco è un’altra: il rischio di commettere errori, anche involontari, con i dati degli utenti. Nella Repubblica Popolare, infatti, è appena entrata in vigore una nuova legge sulla privacy che prevede sanzioni salatissime per i trasgressori e che spaventa, evidentemente, le Web company straniere.